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Colori

Cagliari, Tipografia del Corriere di Sardegna, 1875

Elodia e la repubblica sassarese. Romanzo storico

Marcello Cossu

pp. 12-13
Inallora Salvenero era stupendo a vedere. La giornata aveva seguito a farsi sempre più splendida; il sole percorreva fulgido e raggiante l'ampia distesa del firmamanto; il sobborgo sembrava un gran padiglione di luce vagamente intersecato da cupe ombre d'alberi e da vivacissimi colori. Vedevi le case addobbate con molta cura, e dai balconi di esse, svolazzare drappi e festoni di gran valore. Le vie sparse di fiori e di mirti, ondeggiare dal frenetico brulichio dei terrazzani. Sullo spianato della chiesa disposto in semicerchio, si spiegava uno stuolo di trabacche, di panche e di panconi, che non terminavano più. Qui erano accovacciati alla rinfusa i mercadanti e i rivendugli d'ogni genere di cose. Quà i Milesi che vendevano i loro frutti dorati  e la classica varnaccia - i Bosani, la loro peloponnesa malvagia; qui, cerusici con medicinali confezioni efficacissime a qualunque malanno; colà, un giullare, costà un saltibanco che fanno strabiliare la gente co' melodiosi preludi del liuto – col canto d'una patetica romanza, o con mille spiritosità di buffonate.

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pp. 17-18
Non lo sapete? Egli è il nostro crudele Feudatario, il Bastardo del nostro messer Giudice Donno Michele Zanche....! - avevano risposto mille altre - Che il demonio quanto prima chiami entrambi alla sua gloria! - avevano cessato tutti nel dire. Effettivamente sullo sbocco della strada che menava a Salvenero compariva in quel punto una magnifica cavalcata di gentiluomini armati fino alla gola. In mezzo faceva feroce comparsa un brutto giovine sui venticinque anni di color terreo, d'occhi infossati e bigi, d'un burbero aspetto, altiero, superbo. - Egli era il Bastardo. Egli era colui che aveva apportato il turbamento negli animi, che si aveva attirato l'universale indegnazione. - Egli doveva essere un gran triste uomo. La cavalcata si approssimava sempre più allo spianato quando a un cenno del capo, dato di speroni ai cavalli, investì furiosamente la calca dei festeggianti, distribuendo alla cieca colpi di calci e di alabarde.

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pp. 20-21
Le armi più brunite rilucevano dall'aitante sua statura: un elmetto abbronzato su cui svolazzava il pomposo cimiero difendeva la sua fronte - un giacco di temprato acciaio rilucente per brunitura e finezza di lavoro. copriva il suo largo petto - e gli scendeva al fianco una spada forbita e lucente, appesa al balteo cilestro trapuntato a fiordalisi da mano gentile e maestra.

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pp. 21-22
A fianco di questo veniva pomposamente galoppando altro leardo palafreno guidato dalle mani d'una fanciulla che si stava assisa in assai gentil maniera. Ella aveva gli occhi azzurri del colore del cielo a cui spesso volgeva per una irresistibile tendenza, i capelli biondi e lucidi come oro fuso, il viso bianchissimo d'una trasparente bianchezza, avvivato dal roseo delle sue guance, dall'ostro delle sue labbra, e illuminato da un'arcana luce che dava alla vergine l'espressione d'un angelo. Ella era abbigliata del sardo costume - e quella vivacità di colori contribuiva a porre vagamente in mostra le sue incomparabili attrattive. Aveva sul capo un abbigliamento di fino pizzo bianco d'onde traspariva l'immenso volume de' suoi capelli raccolti in trecce – e le scendea in larghe pieghe sulle spalle; al collo due filze di brillantissime perle, al busto il farsetto di brocato e il corsettino di velluto celeste lavorato a fiorami d'argento – compiva la ricca veste un gonnellino scarlato guernito da passamani in seta e da galloni in oro.

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pp. 22-24
Pertanto le campane di Salvenero e della chiesetta avevano ripresa lena. Ora si segnavano i rintocchi delle diverse cerimonie da farsi. Dentro la chiesa sull'altare maggiore, si stava apparecchiando un sontuoso faldistorio a frange d'oro tempestato a borchie ed un altro fuori dalla chiesa e vicino alla Porta Santa - che era una porticella praticata in una parete della stessa chiesa; in quest'ultimo si sarebbe dappoi l'Abbate prima di eseguirsi la solenne apertura. La chiesa era adobbata da larghi drapelloni rabescati – gli ori e gli argenti vi erano a profusione, i ceri innumerabili. Un raggio di sole penetrando dalla rotonda invetriata illuminava fantasticamente la maggior parte della navata; quivi in mezzo ad aurei candelabri disposti in bell'ordine e ad una moltitudine di popolo infervorato nella preghiera, s'ergeva il simulacro del glorioso Santo. Attorno v'erano sparsi i voti dei fedeli allusivi alla infermità da cui si era guariti, mercè l'intercessione dello stesso Santo e che consistevano in trecce da donna, in teste, in bracci – gambe e in altre membra d'uomo lavorate in legno – tinte in rosso con le macchie livide. E anche in qualche somma di denaro! All'ora stabilita si celbrò la messa con tutta pompa fra un concento di coristi e di monaci, quindi si fece la solita processione in giro del sottoborbo col simulacro del Santo, mancava d'eseguirsi l'apertura della porta Santa. Finalmente, l'abbate del monastero rivestito di abiti sacerdotali si dispone ad intraprendere l'ambita cerimonia. Egli comparisce sulla soglia della chiesa: venerando è il suo aspetto, maestoso il suo sguardo; la sua fronte è rugata per la tarda età, i suoi bianchi capelli sono cinti da un mitra di fino zendado a diamanti. Egli s'appoggiava con gravità pastorale su d'un bacolo d'argento; […] - la porta cigolando sui cardini si spalanca, un onda di popolo smanioso vi prorompe e mentre s'intuona l'inno di ringraziamento a Dio. La solenne cerimonia era qui finita. Quella porta si lasciava aperta per un mese – quando si racchiudeva – vi era concessione d'indulgenza plenaria per tutti quelli che vi erano passati. E le indulgenze inallora valevano qualche cosa!

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