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LA STELLA DI SARDEGNA. GIORNALE POPOLARE SETTIMANALE

Anno I - Sassari, 31 Ottobre 1875 Numero di saggio

Volume I (dal 1 Dicembre 1875 al 31 Marzo 1876)

Anno I - 12 Dicembre 1875, numero 2

La Stella di Sardegna. Giornale popolare settimanale
Anno I - 12 Dicembre 1875, numero 2

 


Anche in questo numero noi offriamo ai nostri lettori un articolo critico-artistico del distinto ingegnere e valente scrittore Filippo Vivanet, professore nell'Università di Cagliari. A questo terranno dietro altri scritti dell'illustre archeologo Spano, del distinto romanziere Ottone Bacaredda, del forbito e simpatico scrittore Salvatore Delogu, del robusto poeta Giovanni Baraca, e dei distintissimi Pandian, Musìo, Cossu, e molti altri scrittori ben noti nel mondo letterario per pregievoli opere d'ingegno. Tutti ci hanno promesso la loro collaborazione, e mentre dal canto nostro noi promettiamo di fare del nostro meglio per dare il maggior lustro possibile alla nostra settimanale pubblicazione, non abbiamo che un solo voto da fare: che i Sardi tutti vogliano prestarci il loro valevole aiuto per continuare nell'opera patria che abbiamo intrapresa.

La Direzione

 

LA BASE MONUMENTALE
DELLA
STATUA AD ELEONORA D'ARBOREA

Nessuno, fra quanti s'interessano al lustro del nostro paese, ignora certamente come dopo molti e molti secoli di ingiusta e vergognosa indifferenza, il nome della regina Eleonora, già rivendicato dall'oblìo per opera della storia, debba in breve rivivere per mano dell'arte, chiamata a riprodurne le gentili ed animose sembianze. Il prof. Ulisse Cambi valente scultore di Firenze, dopo essere stato vincitore in un pubblico concorso, condusse in marmo una statua grande oltre il vero, ch'essendo ora già arrivata alla città d'Oristano, aspetta di sorgere da un momento all'altro in una piazza appositamente preparata da quel municipio.
L'egregio lavoro, eseguito dall'abile mano di un provetto e riputato artista, domandava evidentemente una base monumentale, dalla quale potesse torreggiare l'imponente figura dell'Eroina arborense. Questo còmpito, abbastanza difficile, fu assunto, per sole ragioni di antica amicizia col Cambi, e quindi col più raro disinteresse, da uno dei più bravi architetti di Firenze, il Cav. Mariano Falcini; e noi siamo ben lieti di dare ai lettori della Stella un'antecipata notizia della bell'opera ideata dall'egregio artista summentovato.
Il piedestallo di cui parliamo, non compresi due gradini che lo girano attorno, raggiunge la bella altezza di metri quattro e centimetri settantasei. Esso è essenzialmente formato di due prismi a base ottagona a lati alternati di diversa lunghezza l'uno sull'altro e di cui l'inferiore è molto più grande del superiore, che per mezzo di un plinto sosterrà direttamente la statua. Ambi questi basamenti, i quali saranno eseguiti con marmo di due diverse qualità, bardilio e ravaccione, sviluppano le loro leggiadre membrature con molta ricchezza di ben intesi dettagli. Bassorilievi in bronzo, relativi alla vita dell'eroica donna, abbelliscono le due principali faccie del gran dado inferiore, mentre nel superiore vi corrispondono alcuni riquadri con entro trofei allegorici.
Di fronte alle faccie più strette del maggior prisma si levano diagonalmente quattro pilastrini smussati negli angoli con base attica ed un grazioso capitello improntato allo stile delle decorazioni del tempo. Essi sono alquanto distanti dal nocciolo principale nell'intento assai razionale di alleggerire l'intera massa. È su questi pilastrini angolari che si appoggiano vagamente, in due diversi atteggiamenti, quattro leoni cogli scudi, o come si suol dire marzocchi.
L'ornamentazione di tutti i particolari è sobria e grandiosa allo stesso tempo; l'equilibrio fra le partiture orizzontali e verticali assai bene combinato, gli aggetti convenienti ad attenere quel movimento che sorge dal giusto digradare dei piani. L'effetto dell'insieme poi riteniamo che sarà per riuscire grandioso e che armonizzerà perfettamente colle linee spigliate e decise della bella statua del Cambi.
Non esitiamo a dire che fra le molte basi monumentali che in questi ultimi tempi si sono ideate, questa del Falcini ci pare una delle più belle. La ristrettezza delle somme di cui poteva disporre il Comitato impedivano all'artista di pensare ad uno di quei piedistalli decorati di statue, qual è quello per esempio del Demidoff a Firenze e l'altro di Cavour a Torino. Ciononostante l'abile artista seppe adottare un partito conveniente, svilupparlo con semplicità non disgiunta da ricchezza in tutte le sue parti, ed ottenere uno di quelli effetti che dimostrano la vera forza dell'arte consistere meglio nella buona scelta delle proporzioni che nella profusione inconsiderata degli ornamenti. Per vero dire questo nuovo successo del Prof. Falcini non ci fa punto meraviglia, dacché egli ha abituato un paese difficile in fatto d'arte, quale è la Toscana, a tenerlo per uno dei suoi migliori. Le lodatissime fabbriche da lui immaginate e dirette tanto a Firenze che in altre parti d'Italia, le importanti ed onorifiche missioni ricevute in molte circostanze dal Governo, da Municipii e da privati bastano a dimostrare in quale conto egli sia tenuto e come, ben a ragione, in questo momento egli abbia a considerarsi quale uno dei più accreditati rappresentanti di quell'arte toscana che si è saputa mantenere fedele alle grandi tradizioni dei suoi maestri.
Siamo lieti di poter aggiungere che agli sforzi del Cambi e del Falcini per onorare l'eroina d'Arborea volle associare anche i proprii un ricco ed intelligente assuntore di Firenze, il sig. Oreste Sandrini, il quale accollavasi l'esecuzione del su descritto basamento al puro prezzo di costo.
Bisogna convenire che questa gara di disinteresse e di talento per parte di speculatori e di artisti è un nuovo omaggio alla grandezza della simpatica legislatrice e guerriera della Sardegna. Una donna che sa virilmente montare a cavallo per difendere in faccia a prepotenti stranieri i proprii diritti, che alla testa dei suoi prodi non si risparmia nella mischia e sa vincere, che dà il codice più civile del tempo al suo popolo e muore soccorrendolo in tempo di peste, è qualche cosa di sovrumano che seduce la mente del poeta e dell'artista. Non deve quindi meravigliare ch'essa possa disporre del loro ingegno e del loro braccio, per intessere una corona durevole che riunisca in una sola apoteosi, l'eroina, il suo scultore ed il suo architetto.

Cagliari, dicembre 1875
F. Vivanet

LA GINNASTICA
NELLE SCUOLE

Chi apre l'aureo libro: La Scienza Nuova del sapientissimo Vico troverà che il primo periodo dell'uman genere si fu la rozza sensibilità ossia la vita dei sensi, che a quello succedette il periodo della favola e del canto, ossia lo sviluppo e la vita dell'immaginazione e che quindi venne in ultimo il tempo della filosofia o della ragione.
Questo ineguale cammino percorso dall'umanità è dovuto, io credo, all'ineguale esplicamento delle varie potenze dell'individuo, cioè al non essersi le medesime svolte contemporaneamente ed in modo armonico, sicché lo sviluppo delle une non arrecasse pregiudizio a quello delle altre. Ciò ne persuade quindi come sia mestieri che l'educazione la quale diamo a noi stessi comprenda la cultura di tutte le nostre facoltà, della fisica, della morale, della intellettuale. Ciascuna dev'esser sviluppata e ciascuna dee non pertanto somministrare alcun che per soddisfare le pretese delle altre. Coltivate esclusivamente le potenze fisiche ed avrete un atleta od un selvaggio; le morali soltanto ed avrete un entusiasta od un maniaco; soltanto le intellettuali ed avrete un uomo singolare e forse anco un mostro, un disperato. Gli è solo educando saviamente tutte insieme queste facoltà che puossi formare l'uomo compiuto. Una mente sana in corpo sano era il fine cui miravano gli antichi nelle loro più alte scuole, e noi invece vediamo anche ora molti e molti giovani che lasciano le scuole ed i licei, valenti forse nei gerundi e nei participî, ma che non sanno far uso delle loro facoltà fisiche. Uno degli oggetti principali dell'educazione deve essere dunque quello di rendere gli uomini appropriati alla vita pratica ed attiva. Ciò non puossi conseguire che unendo alla ginnastica dell'intelletto anche quella del corpo, fortificando e rinvigorendo il medesimo con esercizi e movimenti di cui è capace a seconda dell'età, del sesso, della costituzione e del temperamento degli individui. Né questo è incompatibile colla più sublime coltura intellettiva, che anzi in fatto è tutto al contrario.
Bisogna ben confessare che nelle nostre scuole il cervello è coltivato soverchiamente a danno del corpo e delle membra, e che l'educazione è divenuta troppo mentale a danno della sanità. Quindi in questo secolo di progresso tanti stomachi affievoliti, tanti cuori palpitanti, tante mani delicate, tante gambe spolpate, tante membra affralite e senza elasticità. Ma non è solo la sanità che soffre per l'anneghittire degli organi corporei. La mente stessa finisce per poltrire, lo studiare rimane impedito e l'uomo divenuto molle, sfibrato, effeminato.
L'umanità se ne va per il cervello, esclama Fonsagrives, essa può essere salvata con l'esercizio fisico; ma io giudico che non vi sia tempo da perdere - "La scienza cresce a spese della vita, dice l'illustre De Sanctis (La Scienza e la vita, discorso inaugurale letto nell'Università di Napoli). Più dai al pensiero e più togli all'azione. Conosci la vita quando la ti fugge innanzi e te ne viene l'intelligenza quando te n'è mancata la potenza. Rifare il sangue, ricostruire la fibra, rialzare le forze vitali, è dunque il motto non solo della medicina ma della pedagogia, non solo della storia ma dell'arte; ritemprare i caratteri e col sentimento della forza rigenerare il coraggio morale, la sincerità, l'iniziativa, la disciplina, l'uomo virile e perciò l'uomo libero, è precipuo scopo cui deve intendere l'educazione della nostra gioventù. A tutti dunque senza eccezione la ginnastica ove si voglia raddrizzare la nostra razza informe, imbastardita, questo popolo d'aborti, di scrofolosi, di rachitici, ove si vogliano gl'italiani, veramente sani, forti, robusti ed ancora degni rampolli dell'antico ceppo latino. Ginnastica quindi nelle famiglie, negli asili infantili, nelle scuole elementari e superiori, ecc.". Ma perché la ginnastica riesca veramente efficace essa deve essere igienico-educativa; quindi dee farsi nelle stesse scuole, intercalandosi alle altre materie d'insegnamento, per così alternare ed equilibrare l'esercizio fisico con quello intellettuale, il quale ultimo obbliga e tiene corpo in istanchevoli affaticanti attitudini, quantunque sembri di essere in completo riposo.
La posizione d'assiso e col capo chino in avanti fa affluire nel fanciullo il sangue al cervello, d'onde il mal di capo, le fiamme alla faccia, i capogiri ecc. La respirazione poi è molto più lenta e la tanto salutare traspirazione cutanea è quasi nulla. La circolazione non si verifica per bene e nemmeno la digestione. Questo stato fisiologico anormale produce nei fanciulli delle necessarie inquietudini e ne deriva la rilassatezza muscolare, la noia, gli sbadigli, il bisogno di cangiar attitudine di chiacchierare, di alzarsi, di chieder permessi al maestro e per ultimo la disattenzione, il nessun profitto nella scuola. Da ciò chiaro apparisce quanto sia necessario di unire l'esercizio mentale all'esercizio fisico, e quanto debbasi a tale esigenza opportunamente provvedere nelle tante scuole, non è guari sorte nel nostro paese, in cui, a quanto se ne dice, questa parte sì importante dell'educazione è di troppo trasandata.

C. Soro Delitala

IN MORTE DELLA GIOVINETTA

ANGELINA TODDE


Perché tutta ridente
L'ultimo bacio tu mi desti, o cara?
Di gioventù splendente,
Perché invocasti, ahimè, la fredda bara?
A diciott'anni e tutta leggiadria,
Non eri tu beata, Angela mia?

E tua madre ti piange poveretta!
E ti chiama commossa,
Ed entra sempre nella tua stanzetta!
Ma dalla muta fossa
A lei rispondi allora: -
Mamma, sto bene, e tu mi piangi ancora?

Qui non mi move guerra
Di nembi cinto un incognito iddio:
Qui sicura è la terra,
Qui posso amar, per sempre, Attilio mio!
Or che gli dormo accanto
Egli pure è beato in camposanto.

O mamma, o amica mia,
O voi che invano amate
E la pace del cuore ahimè sognate,
A me venite! Questa terra è pia.
In questa terra anche l'invidia tace:
Qui tutto il mondo ha pace! -

Ozieri, dicembre 1875
Ildegonda Buy

LA MAESTRA ELEMENTARE
NOVELLA ITALIANA
DEDICATA
AL SIG. MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE

(Continuazione e fine)

VII
La campana della chiesa di O. co' suoi funebri rintocchi annunziò che don Ambrogio, dopo novantaquattro anni d'una vita illibata, aveva dato l'ultimo addio alla terra, lasciando nel pianto i suoi nipoti e nello sconforto la povera Elisa, la quale si acconciò a vivere con la madre in una casa, pagandone la pigione.
Con sole trecento trentatre lire e trentatre centesimi le fu impossibile di trascinare la vita anche privandosi delle cose più necessarie, e l'animo suo si schiuse alla speranza quando seppe che in una delle piccole città di circondario dovea conferirsi, per concorso d'esami, il posto di maestra di seconda elementare.
Coi risparmi che aveva fatto in casa del parroco poté anch'essa recarsi in quella città e presentarsi al concorso. La commissione esaminatrice dichiarò Elisa migliore fra le altre cinque concorrenti, le quali erano tutte maestre elementari di grado inferiore.
Ma qual non fu il suo rammarico quando seppe che il consiglio comunale, non curando né Commissione, né titoli, né esami, aveva nominato maestra della scuola vacante una delle altre cinque, e specialmente quella che era meno capace a reggere una scuola pubblica?
Coll'animo oppresso dall'angoscia del disinganno le convenne accettare la scuola unica del villaggio di B. col solito stipendio di trecentotrentatre lire e trentatre centesimi!
In questo comune le fu fatta una lieta accoglienza, e ciascuno dei capi-partito le offrì appoggio e protezione. La sua scuola era quasi tutti i giorni visitata ora dal sindaco, ora da qualche consigliere, ora dal sovrintendente, ora dal delegato scolastico. Fu un anno di vero assedio che si fece a Elisa, la quale tirò avanti non mostrando di capire il senso arcano che si nascondeva
Sotto il velame delli versi strani.
Allora sorsero accuse da tutte la parti contro la povera maestra: chi la chiamava superba, chi ipocrita, e chi ne attribuì la strana condotta a un amore segreto.
Dopo un anno Elisa si trovò affatto isolata e disprezzata da tutti... fuorché dalle sue care allieve, che l'amavano con tutto l'entusiasmo della loro innocenza.
Tre anni seppe essa durare sagrificando la vita e lo stesso amor proprio per campare la cara madre, la quale, sempre infermiccia, non poteva più intendere al lavoro; ma finalmente dovette ritornarsene in N. suo paese, perché nell'ultimo anno l'esattore non volle pagare i mandati dell'ultimo trimestre.
Don Ciccio non era più sindaco, e neppure consigliere, ed Elisa ebbe la scuola femminile con lo stipendio di quattrocento lire.
Ma di nuovo lutto si coprì l'anima sua, e per sempre, perché la morte le tolse la madre, unico conforto che le rimaneva, unica gioia che il cielo le aveva concesso nella sventura.

VIII
Il nuovo sindaco non aveva il titolo di cavaliere, né era malvagiamente superbo come don Ciccio: appena ei sapeva mettere sulla carta il proprio nome, ma era onesto, e guadagnava il pane co' salassi e con le barbe, il cui mestiere esercitava senza albagia, nella stessa casa comunale.
Ma appunto per la sua ignoranza in fatto di amministrazione, il paese era sgovernato da' più astuti, e la cosa pubblica andava molto male.
Non mai pagata, Elisa si trovò ben tosto ridotta alla più squallida miseria, e nelle ore della notte non faceva che lavorare. Allora si rivolse in atto supplichevole al sindaco, all'ispettore, al consiglio scolastico, ma i mandati non le venivano mai pagati dall'esattore.
Un giorno ricevette una lettera.
Di chi può esser mai? Pensò la giovine, dissuggellandola con la mano quasi tremante, e lesse:
"Signorina Elisa!
So che siete nella più squallida miseria. Io posso farvi del bene. Stanotte alle dieci attendetemi.".
P.
Alle dieci! Pensò la fanciulla la cui fronte si bagnò di freddo sudore; e raccappricciò tutta, pensando alla scena che le aveva fatto don Ciccio.
Andò subito in casa d'una sua parente, le disse il fatto, e la pregò tanto, che questa accondiscese a farle compagnia per quella notte.
Dio mio! Pregò dal segreto del cuore Elisa! - Sono misera, sono sola, aiutatemi voi!

IX
Il giorno dopo Elisa non andò alla scuola. Una febbre ardentissima la tenne a forza nel letto. La buona parente non l'abbandonò un solo momento:
- Non è niente, mia cara! Sta sicura che quell'uomo non ritornerà qui a minacciarti alcun male.
- No, dite voi? E ne siete ben certa?
- Oh non ne avrà più il coraggio: gli avete dato una buona lezione!
- Mio Dio! Ma che cosa credono che io sia? Perché sono una povera e sventurata maestra, senza padre, senza mia madre, perciò dovrò essere fatta segno della sfacciata insolenza dei cattivi?
- La colpa non è vostra, Elisa mia: è tutta della vostra bellezza. Ma siete buona e saggia e il cielo non vi abbandonerà nella vostra sciagura. Sentite: fossi come voi, farei un bel fascio dei vostri mandati, e mi presenterei alle autorità di Sassari. Colà mi dicono che si faccia giustizia. E l'esattore vi pagherà a suo dispetto e non vi farà male di sorta... l'imprudente!
Un raggio di speranza discese nel cuore della giovinetta. Si, rispose, andrò a Sassari e dirò al prefetto e al provveditore tutta la mia storia; essi avranno compassione di un'orfana, e non permetteranno che mi muoia di fame... E perché dovrà stendere la mano a chiedere il pane dell'elemosina chi lavora per cinque ore del giorno nella scuola, e impartisce a tante fanciulle il pane dell'intelletto?
Tre giorni dopo, Elisa, accompagnata dalla sua parente, si recò in Sassari ed espose i suoi mali alle autorità scolastiche. Ma queste non ebbero a dirle altro se non che: se l'esattore non ha danari non può pagarvi. Attendete al vostro dovere, e abbiate pazienza! Noi scriveremo.

X
Elisa non poté piangere. Fu un momento che la si credette impazzita. Venne chiamato il medico, il quale volle che la coricassero nel letto. È impossibile, disse, che questa giovine possa rimettersi in viaggio: è molto malata.
Elisa vaneggiò un intero giorno, e alla notte cadde in tale sopimento, da spaventare lo stesso medico.
Dopo tre giorni fu trasportata all'ospedale, perché la buona parente, senza danari, dovette a piedi ritornare in paese per attendere alla propria famiglia.
La malattia durò un mese, ma un'altra sventura ben più terribile la colpì. L'infiammazione della testa si concentrò negli occhi. Fu vana l'arte dei medici, e dopo due altri mesi il creato si coprì di tenebre dintorno a lei.
Chi va oggi a vederla nel ricovero di mendicità non riconosce più in essa la bella Elisa d'un giorno!

Salvatore Secchi Dettori

RASSEGNA TEATRALE

IL TORQUATO TASSO

AL TEATRO CIVICO DI SASSARI

Il Torquato Tasso venne rappresentato la prima volta a Roma nell'autunno del 1833. Prima di questo spartito Gaetano Donizzetti aveva già scritto 38 opere, e al Tasso tennero dietro altre 28, fra le quali tutti i capolavori. La fecondità nel comporre del maestro Donizzetti ha del meraviglioso, tanto più quando si pensa che un uomo in sua vita avrebbe appena il tempo di copiare materialmente le composizioni del cigno di Bergamo.
Non potendo negare la fecondità straordinaria di questo maestro, molti scrittori lo tacciarono di trascurato, ed Heine, fra gli altri, si lasciò sfuggire, che il celebre Bergamasco partoriva come il coniglio. Eppure nessun maestro ha mai tanto curato i più minuti particolari d'uno spartito! Il Torquato Tasso, per esempio, gli costò molto studio, e questo lungo studio (a quanto ne dissero i critici) fu probabilmente la causa di un certo difetto di spontaneità e di fusione che si riscontra in questa opera; difetto che largamente è compensato dall'imponenza di alcuni pezzi di magistrale fattura e dalla maestosa impronta che nell'ultimo atto ha saputo dare all'infelice cantore della Gerusalemme. Se il Donizetti studiasse i libretti, prima di musicarli, lo vediamo appunto nel Torquato Tasso. In una lettera da lui diretta al maestro Mayr, nel Maggio del 1833, si legge:
"Indovina che cosa scrivo? - Il Tasso! - Lessi Gueter, Rosini, Goldoni, Duval, Serassi, Zuccala, e le ultime cose del Missirini... e da tanti, e tante cose, alle quali aggiungo ora quelle del Colleoni, ne formo un piano, e da questo un'Opera.".
E cinque mesi dopo, l'opera era già sulle scene del teatro Valle di Roma!
Un giorno (racconta un testimonio oculare: il Ciconetti) mentre Donizetti era in casa, in mezzo ad un'allegra brigata di amici, coi quali conversava, interruppe subitamente il suo discorso ed uscì dalla camera. Quando, dopo una mezz'ora, rientrò, gli fu chiesta ragione della sua assenza, ed egli rispose: - Ho composto il finale del primo atto del Tasso. Il pezzo concertato più superbo di quell'opera!
E quest'uomo instancabile, pochi mesi dopo il Tasso, componeva in soli quarantacinque giorni la Lucrezia Borgia, colla quale appunto Donizetti inaugurava la sua seconda maniera. Fino al Tasso egli aveva preso per modello i sommi maestri, e specialmente il Rossini; dopo il Tasso però egli si emancipò, creando una nuova scuola che lo rese gigante fra i suoi competitori.
I personaggi del Tasso sono tutti ben delineati, ed il carattere del Don Gherardo è messo nell'opera quale il solo Donizetti sapeva e poteva metterlo. Nessun genio, all'infuori di Donizetti, ha mai osato innestare un carattere eminentemente comico in mezzo alla scena la più drammatica, pensiero arditissimo, tanto più ove si consideri che una parte buffa può compromettere una situazione seria, per la ragione che l'uomo ride più facilmente che non si commuova. Eppure Donizetti ha posto Don Gherardo a fianco di Torquato, il Marchese a fianco della Linda, Kaidamas a fianco del Furioso, e Dulcamara a fianco di Nemorino! E tutto ciò, non solo senza pregiudizio dell'azione, ma traendone anzi un pieno effetto.
Il Torquato Tasso è un'opera di antichissima fattura; quindi vi si riscontrano i rancidi recitativi, le convenzionali e tanto ripetute caballette, ed in ultimo le interminabili cadenze: tutta roba che non ha più le grazie del pubblico, ed il pubblico non ha forse torto. In compenso però il Torquato è così ricco di soavi melodìe, di stupendi finali concertati, e di pezzi imponenti, che, nostro malgrado, siamo costretti a meditare sulla povertà melodica delle opere moderne, il cui pregio è ordinariamente riposto nei rigori del contrappunto e nella soverchia ricercatezza dello strumentale. La musica del Tasso ci ricorda quella dei Puritani, musica dolce, patetica, soave. Nei due duetti tra Torquato ed Eleonora, e in tutto l'atto terzo vi è qualche cosa di divino che vi rapisce e vi stringe ad ammirare le segrete bellezze di questo spartito di Donizetti.
Con molto impegno e con amore ritrae il baritono Belardi la parte del protagonista, e gli son dovute le meritate lodi; pure non posso dirgli che egli non lascia nulla a desiderare. Il personaggio del Tasso per imponenza non ha forse riscontro in nessun altro spartito. La parte del Tasso vuole uno studio tutto speciale; studio lungo, accurato, profondo.
Non è questione d'interpretazione, poi che il tasso non può interpretarsi; è questione di pura creazione. La perfezione di questo carattere non si ottiene con una bella voce, non con un canto inappuntabile, non con una scena accuratissima; il prestigio è tutto riposto in un certo non so che: in quella febbre dell'anima che caratterizza il genio: in quell'alterezza nobile e dignitosa inseparabile dall'uomo grande colpito dalla sventura: in quel sorriso sereno che è indizio di fermezza d'animo e di fede immensa nella scintilla del proprio genio! Non tema il signor Belardi, io non gli faccio molti appunti, la colpa non è sua. La figura del Tasso è troppo grande per la scena, essa deve spaventare un artista. Ci basti la sola memoria di quell'infelice poeta!... ci basti che quella memoria fu evocata dalle melodie di un altro genio infelice... non cerchiamo di più! Ritrarre il carattere di un uomo grande sulle scene parmi impresa ben ardua, quantunque Paolo Ferrari, difendendo la sua Poltrona Storica (in cui ha voluto rappresentarci l'Alfieri) abbia detto che prima di essere genii, i Grandi sono stati uomini ed hanno avuto tutti i difetti comuni ai miseri mortali. Il Ferrari ha ragione, ma il pubblico non ha torto. Fin dal giorno che un popolo ha posto sul piedistallo un genio, ne ha idealizzato la vita, e lo ha veduto poi mal volentieri comparire sulla scena col piccolo fardello dei vizi e delle debolezze inseparabili dall'umana natura; e forse con ciò il popolo ha voluto rivendicarne il nome dall'oblìo e dal troppo disprezzo onde aveva trattato il povero Grande mentre era in vita. Il fatto sta che, a ragione od a torto, il pubblico non volle riconoscere l'Alfieri del Ferrari e tanto meno il Parini. La figura del primo scomparve dietro una Poltrona, la figura del secondo venne completamente nascosta dallo stupendo carattere comico del Marchese Colombi. Vi è poi un'altra ragione (taciuta dal Ferrari) e questa riguarda il ritratto fisico. Dove trovare un buon attore od un buon cantante che (per quanto si trasformino) possano ritrarre la fisionomia di quei Grandi i cui ritratti sono ravvisati fin dai bambini? Chi potrebbe ritrarre sulla scena il tipo di Dante, di Parini, di Alfieri e di Tasso?
Chiedo perdono della digressione e passo subito a parlarvi brevemente dell'esecuzione di quest'opera al Civico.
Il pubblico in generale non mostrasi soddisfatto dello spettacolo per due ragioni: la prima perché il libretto è povero di situazioni drammatiche e di quei tableaux che, volere, o non volere, colpiscono lo spettatore; la seconda che il Tasso è più un'opera di sentimento che un'opera d'ottica e di plastica, per cui esige un'esecuzione perfetta... e quest'esecuzione noi non l'abbiamo. In quei canti vi è troppa durezza, quelle note sono troppo staccate, manca il vocalizzo e quelle agilità richieste dal genere della musica. Quei pezzi concertati sono incertissimi, e in modo speciale il finale del secondo atto lascia molto a desiderare per intonazione. Tutti gli artisti nel Torquato Tasso sono spostati. La parte del baritono è troppo faticosa, ed è impossibile che un artista possa disimpegnarla. Il tenore ha una tessitura troppo acuta. La contralto è costretta a cantare da mezzo soprano sfogato e quindi non può fare sfoggio delle note basse. Insomma, l'unico artista a posto parmi il Baldelli nella parte di Don Gherardo, ed anche il coro è degno di lode. Del resto la messa in scena è discreta, l'orchestra più che discreta, e il vestiario bellissimo.
Intanto, prima di finire questa rassegna (o meglio storia dell'opera Torquato Tasso) devo mettere in evidenza un fatto che riguarda il Donizetti, e che parmi degno di serio studio e di profonda meditazione. In tutte le opere di Donizetti i pezzi magistrali e più spiccanti son sempre le scene in cui si descrive o si accenna la pazzia; la pazzia di Linda, la pazzia di Lucia, la pazzia del Furioso, e per ultimo l'entusiasmo febbrile del Tasso. Donizetti, nella pienezza della sua ragione, nella potenza del suo genio, tratteggiava con evidenza i pensieri e gli affetti umani attraverso le fitte nebbie d'una mente smarrita. Pareva quasi che egli prevedesse il suo triste fine! Pareva che già presentisse quella terribile infermità che dovea spegnere per sempre il suo intelletto! Pareva infine che una voce arcana e misteriosa gli sussurrasse all'orecchio:
"Lavora, Donizetti! Lavora senza tregua! Lavora senza riposo! Perché le porte del Manicomio d'Ivry si chiuderanno per sempre dietro di te!".
E da ciò, forse, la fecondità straordinaria dell'autore della Lucia di Lammermoor.

Enrico Costa

COSE DELL'ISOLA

Ci pervenne una gentile lettera da Cagliari per la quale venivano invitati a prender parte ad un comitato formatosi in quella Città sotto la presidenza del Cav. Satta Musio, allo scopo di commemorare con una festa letteraria la memoria dei sardi illustri, serbando in pari tempo nel cuore di tutti gl'isolani il culto d'ogni utile sapere per mezzo d'una durevole associazione a tale intento diretta.
L'idea non può apparire che nobile e patriottica ad ogni sardo cui pulsi all'animo carità del natìo suolo; noi quindi vi applaudiamo ben lieti, sperando che la nostra cittadinanza, e la provincia in genere, non vorranno restarsi indifferenti al movimento intellettuale dell'altro capo dell'isola, ma vi prenderanno parte con quella premura ed affetto che deggiono essere propri dei figli d'un unica madre...


Nel momento di mettere in macchina ci pervîene in ritardo una lunga lettera del nostro corrispondente di Oristano riguardante la luttuosa inondazione avvenuta nei primi del corrente mese in detta città. La pubblicheremo nel prossimo numero.

 

CRONACA POLITICA

Non sembra che le intenzioni del governo degli Stati Uniti sieno tanto pacifiche, come sembrava alcuni giorni or sono. Il presidente Grant nel suo messaggio ha parlato di Cuba in modo da destare gravi sospetti. La situazione dell'Isola non sembra ad esso che possa durare com'è. La Spagna per quanto vi profonda d'oro e di sangue non vale a spegnere l'insurrezione. Fra poco, aggiunge Grant, ove l'aspetto delle cose non muti, com'è più che probabile, il governo della Repubblica dovrà pensare ad opportuni provvedimenti.
E la Spagna che cosa fa? Don Carlos ha promesso che se la guerra avesse a scoppiare fra la sua patria e la Repubblica transatlantica, offrirebbe al regnante Alfonso una tregua per combattere il nemico comune. Cosa da non prendersi a gabbo! Intanto però continua la strage fraterna, e il carlismo non sembra ancora vicino alla sua fine, malgrado gli sforzi dei generali alfonsisti e l'adesione alla nuova monarchia dei moderati Sagasta e Serrano, celebrata testé con una certa pompa a Madrid.
Il principe Gortschakoff è venuto improvvisamente dalle rive della Newa a quelle della Sprea per avere un colloquio col principe Bismark. E il mondo se ne commosse come ad indizio di prossima guerra. Si dice che il repentino atteggiamento dell'Inghilterra di fronte alla questione orientale aveva determinato la Russia ad uscire dal suo riserbo, e che perciò essa voleva assicurarsi una volta di più delle intenzioni della Germania.
Che cosa c'è di vero in queste dicerie? Noi non lo sappiamo di certo. Non possiamo però dimenticare un altro fatto che ci sembra degno di essere notato, ed è che contemporaneamente all'arrivo del Gran Cancelliere russo a Berlino giungeva a Belgrado Kristic, reduce da un abboccamento col principe del Montenegro, e veniva tosto incaricato di formare un nuovo gabinetto.
Il rumore destato dalla compera delle 177 mila azioni del canale di Suez per parte dell'Inghilterra non è ancora cessato. La stampa s'affanna per veder le ragioni di questo colpo politico-finanziario del governo inglese e ne dice di ogni natura. V'è chi lancia le accuse più amare contro l'Anglia avara, e per poco non ripete il celebre sonetto di Vincenzo Monti: Luce ti nieghi il sole, erba la terra... v'è chi ringhia a bassa voce e si morde le labbra, e v'è anche chi ammira e plaude ad un atto della più audace ed accorta politica. I giornali che riflettono l'opinione pubblica russa e francese sono quelli che si dànno maggiore rovello.
L'Inghilterra continua sua via e lascia dire le genti. Padrona del canale di Suez, preponderante nell'amministrazione e nei consigli del Kedivè, tien l'occhio rivolto contemporaneamente a Stambul e al sacro Gange, e può assistere senza grande affanno all'ultimo sbrano del turbante turco.
L'ordine delle idee ci richiama alla memoria la Grecia, paese come il nostro di storia ambiziosa e mesta, ma oggi, benché mezzo risorto a politica indipendenza, traente una vita aduggiata e rachitica. Meschine gare di partiti, violazione della legge fondamentale, processi per corruzione e simonia ad ex-ministri, la corona scoperta, scompiglio amministrativo e finanziario, industria e commercio arenati: ecco lo spettacolo che sanno presentare della loro patria i discendenti di Temistocle e di Botzaris.
Eppure la Grecia aspira ad insediarsi a Bisanzio!
In Italia la politica è rinchiusa dentro le mura del Parlamento, ove si trascina la discussione dei bilanci. Del resto nulla che meriti di essere registrato in questa cronaca.

A. Pandian

CRONACA DI CITTÀ

I convogli funebri. Riceviamo dell'Egregio Cav. di S. Saturnino una lettera, nella quale si pongono in rilievo le inconvenienze che si lamentano nel funebre trasporto delle salme all'ultima dimora. Le idee del nostro amico (che noi pienamente dividiamo) sono espresse con tanta chiarezza e con tanta eleganza, che noi crediamo far cosa grata ai lettori pubblicando la lettera che abbiamo ricevuto.

Carissimo Amico,

Aspiro con voi a veder sorgere una splendida e fulgida Stella sulla nostra Sardegna - dei vivi - ma desidererei pure che ne brillasse una, più benigna e pietosa che la presente, per i nostri cari defunti.
Essa è ora tenebrosa e scura.
Ne ebbi una prova il dì 28 del trascorso novembre, mentre mi recavo a rendere l'ultimo tributo d'affetto al fu Cav. Prof. Paolo Soro, che fu mio condirettore nel Comizio Agrario e nell'Asilo Infantile.
Ignoro per quale ragione si avesse tanta fretta di recarne la salma all'ultima dimora ed in ora incomoda per coloro che erano invitati ad accompagnarla al Campo Santo. L'affetto all'estinto, e la giusta estimazione per sue virtù, ed il preclaro suo sapere, avevano fatto sparire le difficoltà dell'ora, del cielo brumoso, della pioggia e del rigido freddo, alle spettabilissime persone, ai convittori del Canopoleno, e del Seminario, che con saggio governo resse. Le confraternite vennero in ritardo, la Parrocchia tardissimo, mentre i bambini dell'Asilo infantile, irrigiditi dal rigore della stagione, battevano i denti...
Il pio convoglio procedette regolarmente bene, come era partito, sino al largo ora S. Antonio (perché non piazza de' morti?) - pochi mesi or sono Boyl - (sbatezzamento indecoroso che non poteva aver luogo che nel tempo in cui le già salite divennero discese - che attesta che s'ignora in pieno secolo XIX che i tempii sono riservati ai Santi, e la denominazione delle strade e delle piazze più importanti si decerne in favore degli uomini più illustri, preferibilmente patrizii, segnandosi in tal guisa una linea di demarcazione fra il sacro ed il profano - evitandosi le esagerazioni intolleranti - lasciando il cielo a Dio e la terra agli uomini - come dicevano i Veneziani allorché si volevano tarpare le ali al leone di S. Marco per le conquiste d'Oriente: Cælum cæli Domino - terram autem dedit filius hominum). Chiudo questa lunga parentesi che esprime un pensiero inspiratomi dal luogo ove fermarono la salma del Soro, collocandola sopra uno sdrucito tavolino. Il Soro aveva fretta e lo si faceva aspettare. L'augusto simbolo della Redenzione portato da qualche lacero sacristanello delle confraternite, novello Cireneo, lo ha già abbandonato... egli cerca requie e lo si lascia sotto la pioggia. La maggior pompa funebre rappresentata da ciò che presso di noi si chiama Apparato, è sfumata... Coloro che la dirigono volgono le spalle, frettolosi, al defunto...
La quiete dei defunti è sovente minacciata da ulteriori disturbi.
Il vapore, la maggiore e la più possente espressione del movimento e della vita, urta sovente un corpo inanimato; il fischio della locomotiva non turba in vero il sonno della morte, ma contrista i vivi con quel fatale contrasto, conturba i viaggiatori che prima d'arrivare al loro destino assistono a quel ferale spettacolo.
La distanza del nostro cimitero dalla città è brevissima. Il municipio con provvido consiglio ne ha reso comodo e facile l'accesso. Ogni ordine di cittadini vi si reca: il vecchio come il fanciullo, il ricco come il povero, un'attempata matrona come un'adolescente... or perché mai i ministri della Religione della Carità, le confraternite, che più particolarmente debbono alla carità intendere, non seguono e non praticano il pietoso esempio del laicato?
La stella dei morti addimanda questa luce benigna!
Prima che si scavi la fossa al trapassato nuovi travagli lo aspettano, la sua salma deve essere trasportata in una chiesa che di essa non ha che il nome; sì grande è l'indecenza e la negligenza del luogo ove nulla par disposto all'ufficio pietoso cui è destinato! Deve subire i discorsi che si recitano sulla bara, sovente incoerenti... spesso bugiardi...
Soro fortunato in ciò! Ebbe veri e meritati encomii del Teologo Prof. Giuliano Cabras e da Salvatore Secchi Dettori; ambedue eloquenti rappresentarono, il primo nell'estinto la felice colleganza delle virtù sacerdotali colle virtù cittadine, il secondo ne encomiò le doti dell'ingegno e del cuore. Le alunne dell'Orfanotrofio, con voce argentina, diedero l'ultimo vale al comune amico compianto...
Da ciò che precede, Carissimo Amico, chiaramente risulta con quanta ragione la pubblica opinione reclami una radicale riforma sul modo di rendere gli estremi onori ai nostri cari defunti. Che direbbero i due cantori dei Sepolcri (parlo a voi che fate dei versi, e dei buoni versi), se potessero assistere allo spettacolo che noi diamo oggigiorno, prendendo commiato dai nostri cari! Essi troverebbero nelle nostre attuali usanze un saggio di strazio per i vivi ed un ludibrio per i defunti.
Io vorrei dire, con Orazio, ad ognuno: "Compesce clamorem sepulcri, mitte supervacuos onores. Ma la mia voce non sarebbe forse intesa. Molti sono d'avviso contrario. Alcuni dispongono con gli atti dell'ultima loro volontà le onoranze onde vogliono essere seppelliti; altri lasciano all'affetto dei congiunti il regolare la pompa funebre che deve circondare la propria salma. Si comprende facilmente che leggi suntuarie, a questo riguardo, non possano, né debbano farsi; poiché sarebbero al sommo grado illiberali. Ma se intervenire direttamente in questa luttuosa faccenda non è vantaggioso, le Autorità civili ed ecclesiastiche, ognuna per la parte che loro spetta, possono, e devono, benissimo usare la loro benefica e salutare influenza per riuscire nel benefico intento di aggiungere dignità alla celebrazione dei funebri convogli.
Io son troppo poca cosa per dare suggerimenti, per fornire consigli, per illuminare coloro che sono per lumi chiarissimi. Ma certe considerazioni si presentano così chiaramente spontanee, che non possono sfuggire all'attenzione de' più mediocri ed oscuri intelletti. Ognuno vede che i semi-accompagnamenti ecclesiastici rappresentano una indecorosa transazione nel riempimento dei più sacrosanti doveri, transazione che non giova a crescere il rispetto che è dovuto ai ministri della Religione, cui si dà degli interessati, di poveri d'affetti, duri di cuore. Ognuno vede che ad un cittadino, persuasissimo della propria fralezza, della propria caducità, non è mestieri che si ricordi che esso pure dovrà un giorno o l'altro pagare il suo tributo alla natura, esponendo la salma di un suo fratello in una pubblica piazza, che diventa in questa guisa il limitar di Dite.
Sovente accade, che un povero cittadino soprapensieri sulle sue poche risorse, incontra nella piazza Castello l'inesorabile Esattore, che a buon diritto gli ricorda i suoi doveri di contribuente. Il paziente intravede, presentisce che morrà presto di consunzione economica, e fatti pochi passi per distrarsi dagli affannosi pensieri che gli premono l'animo, si reca alla piazza S. Antonio, ove assisterà al trionfo della morte fisica. Lo sciagurato si trova in questa guisa fra lo spettacolo di due morti, una certa, l'altra ipotetica, ma probabile.
Dicevo e dico, carissimo amico, che certe cose sono troppo ovvie per non esser da tutti pensate, librate, seriamente meditate.
Rimane la parte dell'esecuzione, che si voglia, che fortemente si voglia. Rimane che i rappresentanti delle ecclesiastiche e civili autorità si pongano d'accordo per restituire la dovuta serenità allo spirito dei vivi, che non si conculchi la sacra religione de' sepolcri.
Non più semi-onoranze, non più esposizione di cadaveri nelle piazze, non più fermate, per colui che aspira ad un definitivo riposo... La Chiesa del Campo Santo sia chiesa... A pochi ed elettissimi sia permesso d'encomiare gli estinti...
Di tutti i migliori sistemi da seguirsi quello che dovrebbe, a mio avviso, prevalere, sarebbe quello invalso in molti civilissimi e cristianissimi paesi: lo stabilire camere di deposito per i defunti nelle diverse parrocchie; celebrazione di suffraggi nelle medesime; trasporto de' cadaveri per mezzo di carri funebri direttamente dalla chiesa al Cimitero. La graduazione degli ornati del carro funebre potrebbe appagare sufficientemente i desiderii che l'affetto, il decoro, la fortuna, ed anche la semplice vanità potessero ispirare.
Nel porre termine a questa mia lettera, carissimo amico, vi debbo chiedere scusa per la sua lungaggine; però sento, che invece di aver esaurito l'argomento che intrapresi a trattare, non ho fatto quasi che accennarlo.
Voi, con la vostra penna, date carne al mio concetto, mettetelo nel campo della discussione. Forse le mie idee non sono buone, forse richiedono d'esser modificate; ma in ogni modo non credo d'aver fatto opera pienamente inutile presentando qualche considerazione che, in mente di tutti, non è pubblicamente ed efficacemente espressa da nessuno.
Pensando alla Stella di Sardegna ricordatevi che i nostri cari defunti aspettano dalla redazione dell'eccellente vostra rivista, che la loro stella abbia, tuttoché mesta, migliore splendore.
State sano, vogliatemi bene e credetemi.

Sassari, 1 Dicembre 1875

Vostro affmo amico
Pietro di S. Saturnino

PENSIERI E MASSIME

Una fanciulla che ama, diviene più baldanzosa senza accorgersene.
RICHTER

L'amore sotto la maschera è come il fuoco sotto la cenere.
GOLDONI

Nella vita morale, come in quella fisica esiste un'aspirazione, ed un'espirazione: l'anima ha bisogno di assorbire i sentimenti di un'altra anima, di assimilarseli per restituirglieli più ricchi.
BALZAC

È possibile nascondere tutto alle donne, persino l'odio...l'amore giammai.
RICHTER

Le donne sono come gli enigmi; e in generale esse hanno ciò di comune con gli enigmi, cessano di piacere quando si sono indovinate. (1)
POPE

(1) Ma le donne non si lasciano indovinare, e fanno molto bene, perché così non cessano mai di piacere.
H.

 

INVENZIONI E SCOPERTE

Rimedio pel vino. Quando il vino principia ad inacidire vi si mettono delle castagne secche e monde.
Le castagne, comechè abbiano nella loro composizione, parti amidacee, queste in contatto coll'acido nascente passano allo stato zuccherino, e perciò subiscono, come avviene del mosto, la fermentazione vinosa.
Questo fatto che succede coll'orzo, il frumento, e con quasi tutti i grani, meglio ancora avviene con le castagne che sono dolci e contengono materie zuccherine in abbondanza. La dose è di mezzo chilogramma di castagne per ogni 25 litri di vino.

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Nuovo metodo per coagulare il latte. Il professore A. Reali indica il mezzo di coagulare il latte col ventricolo del pollame.
La pelle dura che riveste tutto l'interno dello stomaco dei gallinacei gode la proprietà di rapprendere il latte più presto e meglio del vero presame (guaglio).
Tutta la membrana del ventricolo e ben pulita, la si fa disseccare per servirsene a piacimento nel modo seguente: volendo, per esempio, coagulare un litro di latte, se ne prende un paio e stritolate con le dita, si mettono i minuzzoli in una pezzuola non tanto fitta, e legatala si dimena nel latte che vuol essere collocato sulle ceneri calde, e così in dieci minuti il latte è coagulato con sapore delicato e di facile digestione.

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Economia del carbone. L'idea la più pratica per economizzare il carbone è l'impiego di piastre che riposino sulle griglie. Ponendo una piastra di ferro abbastanza larga sul combustibile, il consumo di carbone diminuisce della metà; il fumo è molto meno abbondante ed il fuoco è chiaro ed animato. L'aria che entra per gli intervalli delle griglie anteriori basta largamente; l'impiego del ticcione diventa inutile e il fuoco continua fino a che tutto il carbone sia consumato. Non si produce che pochissima cenere e la combustione diventa più completa.

MELENSAGGINI

VERO ESTRATTO DI POESIA

DA PUBBLICARSI NELLA 4a PAGINA DI UN GIORNALE

Una donna che, nel silenzio, tutta sola nella sua cameretta, col seno palpitante, con un leggero rossore sulle guancie, scrive una lettera al suo lontano amante, è forse lo spettacolo più commovente della creazione, forse più bello che il sorgere del sole. Quella donna confida a un pezzo di carta i suoi pensieri, i suoi palpiti, le sue più care speranze! Ella trasfonde tutta la sua anima in quel foglio, che costa, poco più di un centesimo.
Qual'è l'altro animale in terra che sa fare altrettanto? Il gatto non ci arriva! Il cane non sa scrivere!!
Gran bella cosa vedere una donna amata tracciare con bianca mano dei caratteri neri! E quanti giovani, appena ricevono una letterina profumata, ne baciano con trasporto le cifre! Ed io che non l'ho potuto mai fare!?
È proprio così! Tutte le volte che ho ricevuto una lettera da una donna io non ho potuto vincere un senso di raccapriccio... Attraverso la poesia di una lettera sentimentale, ho provato tutta la prosa della busta e del francobollo! L'angelo che pensa non mi ha fatto dimenticare l'animale che lecca!...
E sapete come io ragionava nei giorni in cui riceveva una lettera per la posta? Mi pareva di vedere la mia donna scrivere a tavolino.
- Eccola!... (dicevo fuori dei sensi). Ella ha terminato la lettera... Dopo le sacramentali parole: e sono per sempre la tua, ella scrive il suo nome... che bel nome! Com'è ben fatto quel D.! Come son dritte quelle aste e quei filetti!... Eccola... ella passa sullo scritto la carta sugante (la sabbia sa di prosa!)... piega la lettera in quattro parti... apre una busta, sorridendo... vi colloca con delicatezza quel foglio... e poi... Angeli del Cielo! Cuopritemi gli occhi con le vostre ali!... Da quelle labbra sorridenti, così pure, così porporine, io vedo uscire un palmo di lingua, una lingua vischiosa, gelatinosa che rientra a più riprese nella bocca in cerca di saliva per inumidire i margini gommosi della busta... Orrore!!! Quella faccia fa delle smorfie, quella lingua fa la ruota attorno al muso. Parmi vedere un capro che ha addentato un'erba velenosa... Ella scrive l'indirizzo, il mio indirizzo, e poi... lecca un francollo da 20 centesimi!... Ma... oh Dio!... il ritratto di Vittorio Emanulele si è incollato alla sua lingua... lo distacca con forza e lo applica rabbiosamente e a sghembo sulla busta, proprio sopra al mio nome, cuoprendo la metà delle parole Al Signor... Infine ella si pulisce il muso vischioso, suona il campanello, e consegna alla cameriera quella lettera perché la getti nella buca postale... quella lettera che è indirizzata a me, e che è ancora tutta umida di saliva... Orrore! Orrore!!
Questa visione tremenda mi atterrisce ogni volta che io ricevo una lettera; questa visione fa sì, che io non posso più commuovermi alla lettura di una lettera, specialmente se è di una donna... Io non vedo che una bocca spalancata e una lingua che mi deride!
E l'uomo, quest'essere ragionevole che inventa i telegrafi e la polvere da cannone, non è buono ad inventare un mezzo semplice per chiudere una busta, senza obbligare la creatura di Dio a cacciar fuori la lingua come un impiccato!...Dov'è dunque questo progresso?... È una vera infamia! E bisogna mettervi riparo. E dire che noi ridiamo di quei poveri coscritti che per sigillare le loro lettere si servono del pane masticato!... Ricredetevi, o progressisti! Il pane masticato è molto più nobile della busta con la gomma, che noi tutti, uomini e donne, siamo costretti a leccare ogni qualvolta scriviamo.

Actos
VARIETÀ

Le Caccie Reali. L'indomani della gran caccia concertata per l'imperatore di Germania nel Parco di Monza, fu udito questo dialogo fra due poveri cacciatori che col fucile sotto al braccio tornavano cheti cheti alle loro dimore.
- Hai saputo Beppe l'esito della caccia reale, eh? Nientemeno che 41 caprioli, circa 400 fagiani, e non so quante lepri. E noi non abbiamo preso che due soli merli e cinque passerotti! Bisogna convenire che tutti i principi tirano divinamente e sono valenti cacciatori!
- Come sei gonzo Biagio! - Gli rispose Beppe che avea studiato diritto. - Non sai tu forse che i cortigiani per rendere sicuri i colpi del padrone, legano agli alberi le povere bestie, dopo averle ingrassate? Non sai tu che alla vigilia della caccia i valletti e gli staffieri fanno il passamano a tutti i cinghiali, e tingono in nero le unghie dei cervi e dei caprioli per rendere più brillante il trattenimento? Sai tu cos'è per gli imperatori, per i re e per i principi ammazzare un fagiano od una pernice? È precisamente come per noi, quando apriamo il pollaio per tirare il collo ad una gallina!
Come sono semplici e come sragionano i cacciatori ignoranti!

*
* *

Una domanda di matrimonio. Un giovine di V... di famiglia civile erasi invaghito della figlia di un avvocato di Sassari. Stanco di passeggiare come un pendolo sotto le finestre della bella, un bel giorno decise di presentarsi al padre della fanciulla per conchiudere il matrimonio.
L'avvocato si trovava nel suo studio ed era molto occupato. Fissò gli occhi sullo sconosciuto che gli stava dinanzi, e gli fece intendere che non aveva tempo da perdere.
- Mi sbrigo in quattro e quattro otto - disse il giovine. Io vi chiedo la mano della vostra figliuola.
L'avvocato sorpreso dell'audacia di quell'incognito, disse, rivolto a lui, con durezza:
- Ed io vi rispondo in otto e otto sedici. La mia figliuola non è per voi!
- Ed io conchiudendo in sedici e sedici trentadue - soggiunge piccato il giovine - vi dico che m'infischio della vostra cara figliuola e della signoria vostra illustrissima!
E scese le scale, se ne andò tranquillo pei fatti suoi.
Se questo fatto non ha il merito d'essere spiritoso, ha però quello d'essere storico... e non è poco.

 

EPIGRAMMI

Da celibe ad ammogliato

Scacciato era da tutti un giorno Achille
Perché vano e imbecille;
Ed oggi invece in casa ognun l'accoglie...
Che vuol dir ciò? - Vuol dir che ha preso moglie!
Oristano...

MARIA CASTELDORO

 

Tra un Banchiere ed una Cantante

- Io t'amo, o Catterina,
Per la tua voce flebile e argentina!
- Ed io, Carlo, t'adoro
Per la tua voce d'oro!
Questa si chiama una passione vera...
È proprio una miniera!

H.

 

Le Museruole

Guarda, combinazione!
Dal dì che il nostro Sindaco
Con saggia ordinazione
I cani tutti volle imbavagliare,
I cantanti del Civico
Non possono cantare!

Z.

 

PICCOLA POSTA

Ai nostri Corrispondenti di Oristano, Ozieri, Tempio, Nuoro, Alghero, Bosa ed Iglesias. Con questo numero sospendiamo la spedizione dei giornali per la diffusione. Favorite spedirci l'elenco degli abbonati per regolarci. A molti abbonati: È verissimo: la carta è un po' scadente, ma per ora non possiamo sostituirla con della migliore, lo faremo quanto prima, appena il nostro giornale sarà più diffuso. La nostra presente divisa è: poco, ma sicuro e durevole. Unitivi a noi, aiutateci, e vi promettiamo di progredire. Avrete sempre più di quello che vi diamo presentemente... mai di meno! Ricordatevi che la nostra non è opera di speculazione. Chiediamo scusa se è nato qualche inconveniente nella spedizione dei giornali. B. G. Sorso. Attendiamo il lavoro. M. C. Oristano. Ricevuto lettera e fascicoletto. Grazie. P. C. Domodossola. Ricordati della Stella! P. G. Domodossola. Aspettiamo. A. F. Ozieri. Ricevuto lettera.

ENRICO COSTA, Direttore
SCHINTU VINCENZO, Gerente Responsabile.

 
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