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28/02/2005 Umberto Cardia: lo studio della storia come progetto del futuro*

10/06/2000 Le molteplici lingue di Nurai˛

Umberto Cardia: lo studio della storia come progetto del futuro*

Il primo, e forse il più pregnante, atto politico è stato per Umberto Cardia quello di spogliarsi della dimensione che anche gli apparteneva ed era congeniale alla sua indole, la dimensione di ricercatore, di studioso, di attento osservatore della vicenda umana nella quale si fondono i fatti della storia, le poesie e i romanzi della letteratura, la musica e il cinema, le scienze della natura, la geografia e l’antropologia, la comprensione filosofica del ruolo proprio dell’uomo nella complessità del creato.
La milizia politica, la disciplina del lavoro cui si era dedicato dagli anni della giovinezza e fino all’esatto momento in cui il male ne ha interrotto l’azione pubblica, non hanno lasciato allo studio se non uno spazio compresso, praticamente sottratto alle ore del sonno, conquistato nelle fasi altrimenti inerti del settimanale viaggio che lo ha condotto, per un trentennio, a Roma, a Bruxelles, a Strasburgo, nelle capitali e nei piccoli paesi dell’Europa e del mondo: “Nell’aeroporto di Bruxelles dove, recentemente, ho trascorso una giornata intera, attendendo di partire per l’Italia, ho comperato il saggio di Jankelewitch, che porta come titolo […] La morte, ed ora lo vengo leggendo, nel testo francese, poche pagine per volta, superando un certo fastidio per la ridondanza dello stile (ma il barocco avvolge bene, nelle sue volute, il pensiero della morte), nel tentativo di includere, sistematicamente, il pensiero della fine, finis vitae, della mia vita nella vita stessa che mi resta, in questo sempre più celere e ritmico dileguare del tempo e delle cose”1.
Così è accaduto che la sua produzione pubblicistica e d’intonazione propriamente politica sia ampia, ancorché dispersa in giornali e riviste, negli atti delle istituzioni parlamentari nelle quali ha svolto il suo mandato, dal Consiglio regionale della Sardegna (1953-1967) fino al Parlamento Europeo (1979-1984), dal Consiglio comunale di Cagliari (dove per la prima volta venne eletto nel 1952) fino al Parlamento nazionale (1968-1976). Forse è anche giunto il momento di dare avvio all’opera di raccolta dei suoi scritti politici per destinarli a un’edizione che tutti li comprenda.
Al contrario, la produzione culturale (ma questo aggettivo deve essere inteso nell’accezione più ampia e fino a inglobare quella dimensione della politica che all’alta cultura interamente appartiene) è misurata e quasi del tutto racchiusa nei volumi pubblicati mentre era ancora in vita: il saggio Autonomia sarda. Un’idea che attraversa i secoli (1999), gli studi raccolti sotto il titolo La Quercia e il Vento. Tradizione e modernità nel pensiero autonomistico sardo (1991), l’edizione degli scritti di Renzo Laconi apparsi col titolo La Sardegna di ieri e di oggi. Scritti e discorsi sulla Sardegna (1988), il volume Gramsci e la svolta degli anni Trenta (1976).
L’interesse prevalente è rivolto allo studio del pensiero politico, delle visioni del mondo maturate in Sardegna, dei processi intellettuali che hanno orientato la storia sarda.
A questo proposito occorre fare subito due precisazioni, sostenute dalle citazioni che troviamo in apertura del volume La Quercia e il Vento. I processi intellettuali che Cardia ama osservare e descrivere, quelli che egli ritiene motori della storia, sono il frutto di una sorta di elaborazione collettiva, coincidono con la Weltanschauung di un popolo, di un soggetto collettivo, di un’entità etnostorica, che attraverso tale visione del mondo esprime l’interezza del suo essere, le speranze e le paure, il progetto del futuro e la memoria del passato, la razionalità e l’emozione, la consapevolezza e l’inconscio, il dolore e la gioia di vivere, la poesia, la preghiera, l’imprecazione, il ballo e il canto, la totalità, insomma, alla quale guarda Antonio Gramsci nel passo (tratto da una lettera del 3 ottobre 1927 indirizzata alla madre) proposto in epigrafe: “Io non ricordo più quali miei libri si trovano ancora a Ghilarza. Ricordo che nel 1913 avevo a Torino comprato uno stock di libri sulla Sardegna della biblioteca di un marchese di Boyl, i cui eredi si erano disfatti dei libri di argomento sardo. Qualcheduno, mi pa-re di ricordare, l’avevo portato a Ghilarza nelle vacanze. Vorrei avere, se ci sono ancora, il libro del generale Lamarmora sui suoi viaggi in Sardegna (è scritto in francese) e le storie del barone Manno. Questi due mi pare siano proprio a Ghilarza. Avevo un grosso volume rilegato (molto grosso, del peso di almeno 10 chili) con la raccolta di tutte le Carte d’Arborea, ma non ricordo se l’avevo portato. Un volumetto che invece ci deve essere è dell’ingegnere Marchesi, Con Quintino Sella in Sardegna. Se trovi qualcuno di questi libri in casa, fammelo mandare. Di’ a Carlo che se gli capita di comprare qualche numero della rivista “Il Nuraghe” me lo mandi dopo averlo letto. Quando ti capita mandami qualcheduna delle canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana e se fanno, per qualche festa, le gare poetiche, scrivimi quali temi vengono cantati. La festa di S. Costantino a Sedilo e di S. Palmerio, le fanno ancora e come riescono? La festa di S. Isidoro riesce ancora grande? Lasciano portare in giro la bandiera dei quattro mori e ci sono ancora i capitani che si vestono da antichi miliziani? Sai che queste cose mi hanno sempre interessato molto; perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu ne coa”.
La seconda citazione, tratta da Verità e metodo di Hans Georg Gadamer, dice che l’Umberto Cardia uomo di cultura e attento studioso della storia non è altro dal politico, che le due dimensioni coincidono, che egli ritiene non possa esistere azione politica se non sostenuta dalla conoscenza e che alla riflessione sul passato deve corrispondere la volontà di incidere sul presente. “Il progetto di un orizzonte storiografico è dunque solo una fase dell’atto del comprendere e non si irrigidisce nella definitiva estraneità di una coscienza passata ma viene raggiunto proprio partendo dal peculiare orizzonte interpretativo del presente. Nell’atto della comprensione si realizza una vera fusione di orizzonti, per cui l’orizzonte storiografico, mentre si costituisce, anche viene superato” […] “Colui che sa non sta di fronte a uno stato di cose che si tratti di registrare obiettivamente, ma è obiettiva-mente coinvolto e interessato in ciò che ha da conoscere. Si tratta di qualcosa che egli ha da fare”.
E a questo riguardo vale forse la pena di aprire una parentesi per richiamare un passo di particolare forza critica, insolito in un autore – e un oratore – noto per la sua misura: “La storiografia savoiarda, e quella che ne ha raccolto acriticamente l’eredità, anche in Sardegna, ha continuato e continua, ancora oggi, a parlare, a proposito dei cinque punti della Carta dei Diritti della Sardegna del 1793-94, di rivendicazioni cetuali e corporative, dirette alla restaurazione di antichi anacronistici privilegi o espressione di una famelica, egoistica scalata agli impieghi civili e militari2. Una tale nettezza di giudizio che inchioda, senza infingimenti diplomatici, gran parte della storiografia sarda, si spiega solamente se intendiamo come quello degli impieghi sia problema nodale per comprendere una vicenda storica che dall’antichità medioevale fluisce fino all’oggi, conservando nel presente una carica di attualità politica sulla quale Cardia intende richiamare l’attenzione. Non a caso poche pagine prima aveva scritto: “Molti storici e studiosi delle vicende sarde di quel periodo stentano, però, a darsi ragione di quei fatti [la rivoluzione angioyana ndr] e del loro rapido precipitare. In effetti tutto riesce più difficile da comprendere se non si parte dal presupposto, peraltro fondato, che, al di là delle divisioni e dei conflitti sociali, compresi quelli che contrapponevano ricchi e poveri, signori e plebei, aristocrazia e borghesia, l’idea autonomistica come aspirazione ad un governo proprio, ad un reggimento autonomo ed autoctono, forniva, sia pure in un ambiente relativamente tradizionalistico e primitivo, un terreno ampio di convergenze e di unificazione complessiva alle masse ed agli strati fondamentali del popolo sardo”3.
Masse e strati fondamentali del popolo sardo che, ancora alle soglie del terzo millennio, custodivano il sentimento autonomistico ma dovevano dimostrare, nella prova rappresentata dalla costruzione di convergenze unitarie, la loro capacità di governarsi in un “reggimento autonomo ed autoctono”.
Esattamente quanto il politico li esortava a fare.
Ma, per tornare a La Quercia e il Vento, non sarà inutile notare che quel volume porta una dedica per certi aspetti inusuale. È indirizzato, infatti, “a Stefano e ai suoi coetanei”. E se Stefano, l’unico nipote, la sua proiezione verso il futuro, la modernità della tradizione personale e familiare, può farci pensare a una dimensione del sentimento, a spiegare che così non è (o, almeno, lo è solo in parte), ci sono quei “coetanei” – Stefano aveva allora 17 anni – ai quali pure la raccolta di scritti è indirizzata con una volontà che manifesta non il gesto erudito dello storico ma, ancora una volta, il messaggio politico: è l’accensione di una speranza, la trasmissione di una conoscenza senza la quale non può esserci modernità, né prospettiva futura per le giovani generazioni.
Nel pensiero di Umberto Cardia, in sostanza, l’identità (così come il sentimento autonomistico, del resto) non è un dato iniziale ma è il frutto di un processo lento di vita, di riflessione e di studio, si sviluppa e si accresce, si modifica (e qualche volte si inventa, come amava dire citando moderne ricerche socio-antropologiche inglesi e americane) se sappiamo utilizzare al meglio le occasioni di incontro e di conoscenza che la vita ci offre.
Fino ad arrivare a comprendere che esistono anche dimensioni identitarie più ampie, plurime e complesse, di quelle che caratterizzano ciascuna individualità etnostorica e contribuiscono ad allargare i confini delle patrie, piccoli o grandi che esse siano.
C’è un passo dello scritto autobiografico rimasto inedito e pubblicato solo in piccola parte dopo la sua scomparsa nel quale, con modalità narrative e non saggistiche, Cardia descrive la scoperta dell’altro in noi stessi, la traccia lasciata dal dominatore che ha conculcato la libertà e l’autonomia d’un popolo e però ha finito col diventare, suo malgrado, parte di quello stesso popolo, caratteristica fisica e culturale capace di affratellare, trascorsi i secoli, quanti hanno subito una medesima dominazione e coloro che l’hanno imposta.
Pensa, Cardia, a “quel tratto di hispanidad che era rimasto nell’aria a Tortolì e nei minori villaggi della piana, Lotzorai, Girasole, S. Maria Navarrese, Barisardo, come un riflesso, un sentore, un sapore presenti nell’aria, echi d’antiche cavalcate, di equipaggi sbarcati da alti vascelli, di passaggi, di soste, di conversazioni, di canti”, pensa ai “ricordi ispanici” che “restano, nella piana, un tempo isolata, povera, febbricitante di malaria”: fra questi “qualche cavalieresca fierezza e, nella parlata locale, nell’idioma tortoliese e della piana, oltre gli imprestiti spagnoli diffusi nella nostra lingua, dappertutto nell’isola, come un sovrappiù di labialità e di dolcezza, tipico del castigliano coloniale”. E aggiunge. “Questa labialità, un po’ consunta, questa dolcezza assaporante nella pronuncia della b o della p, questa assenza di durezze gutturali e di rotacismi, io l’ho ritrovata in Cile, sentendo parlare il cileno, l’immagino e la risento, come affiorante da imprecisate lontananze, quando leggo le poesie di Neruda, altro impasto rispetto al rotacismo imperioso del castigliano di Madrid. Stavo in Cile nel ‘72, un anno prima del sanguinoso assalto alla Moneda, leggevo Neruda (quello patetico che rassomiglia Stalin ad un variopinto, fatale, serpente incaico), sentivo la oratoria cantante di Allende, guardavo nel fondo degli occhi i giovani indios per le strade sentendoli fisicamente fratelli per questa sorta di hispanidad tenuta un po’ fuori, un po’ distante dalla propria essenza, eppure assaporata come un leggero profumo, portata come una lieve corona, e pensavo a mio padre, rivedevo mio padre, risentivo mio padre e il suo tortoliese cantante, labiale, un po’ giocoso e ironico, specie, quando, in nostra presenza, si rivolgeva a mia madre”4.
È un testo probabilmente inatteso anche per molti che hanno conosciuto Umberto Cardia, ne hanno apprezzato le doti umane e culturali, le qualità del politico, sardo e autonomista, che è stato dirigente nazionale del suo partito, si è occupato di politica estera, ha guardato alle vicende del mondo mediterraneo e del vicino oriente comprendendo e insegnando che senza rapporti stretti di amicizia e di collaborazione non è possibile costruire un futuro di pace per i popoli abitanti una zona geografica del mondo decisiva, allora come oggi, per le vicende della politica internazionale.
Ma il suo essere – e saper apparire in ogni circostanza – lucido e razionale interprete della complessità lasciava alle volte trasparire quel che in queste righe autobiografiche ampiamente si svela: un sentimento di simpatia, di solidarietà umana, prima che politica e, se possiamo dirlo, di amore nei confronti degli uomini, i più deboli, i poveri, gli sfruttati, i proletari di tutti i mondi che guardava negli occhi e sentiva fisicamente fratelli. Un sentimento che, come nel caso di Antonio Gramsci, nasce dal percepire la Sardegna, tutta intera, con le canzoni e la bandiera dei quattro mori, le feste religiose e le Carte d’Arborea, nel percepirla come un soggetto di piena dignità, degna della massima attenzione, nella sfera degli studi come in quella dell’azione politica.
Una Sardegna moderna, i cui figli ancora percorrono la strada antica alla ricerca di un reggimento autonomo e autoctono.
Alla ricerca di una libertà simile a quella degli antichi nuragici, “i nostri padri navigatori di mare alto, frequentatori di primitivi fondaci libici, egiziani, fenici, iberici, etruschi, liguri o provenzali, padri estroversi e allegri, dagli occhi chiari, celesti, come se ne incontrano nei nostri villaggi di montagna, così, all’improvviso, tra il fiorire delle pupille, dei capelli, delle epidermidi scure, verdi scure, verso il viola, come è il colore delle olive mature. Ma quei padri navigatori, dagli occhi chiari, dalla pelle lisciata, e un po’ corrosa, dalla salsedine e dai venti mediterranei, sono svaniti nell’aria, abitano solo nell’aria, come gli spiriti degli antichi indiani pellerossa delle praterie americane”5.
Non c’è da aggiungere una sola parola.

 

* Intervento pronunciato nel corso del Convegno Sardegna e Mediterraneo: identità e autonomia. Il pensiero e l’opera di Umberto Cardia (Cagliari, 21 febbraio 2005).

 1 U. CARDIA, L’isola amica del mare, in “Nae”, a. II, n. 5, 2003, p. 38.
 2 U. CARDIA, Autonomia sarda. Un’idea che attraversa i secoli, Cagliari, Cuec, 1999, p. 141 (si preferisce citare dal testo edito successivamente e nel quale il passo già presente ne La Quercia e il Vento – Cagliari, Eus, 1991, p. 5 – compare con lievi modifiche).
  3 Ivi, p. 138.
  4 U. CARDIA, L’isola amica del mare, cit., p. 41.
  5 Ivi, p. 43.

 
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