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22/06/2006 L'anima plurilinguistica della Sardegna

28/02/2005 Umberto Cardia: lo studio della storia come progetto del futuro*

10/06/2000 Le molteplici lingue di Nurai˛

La Nuova Sardegna, 22 giugno 2006
L'anima plurilinguistica della Sardegna

Una delle prove più difficili per un maestro consiste nell’insegnare che non si deve temere la complessità, anzi se ne deve apprezzare il valore, deve essere ricercata, e compresa, tutta la ricchezza in essa contenuta. L’esercizio può generare una vertigine e, alle volte, un vero e proprio moto di paura: più consolante pensare nella dimensione della semplicità che tranquillizza; anche se ci fa perdere la multicolore varietà del reale.
Il compito del maestro consiste nello spiegare – con i ragionamenti, e più ancora con l’atteggiamento, con la pacata persuasione della sua voce – che ogni uomo ha dentro di sé le risorse necessarie per guardare alla realtà accettando la sfida della conoscenza. Anche l’altissima sfida che riguarda la comprensione dell’identità: tanto l’individuale quanto quella collettiva che ci definisce come popolo o, più esattamente, come soggetto etnostorico.
Non è facile, per nessuno. Tanto meno per coloro che hanno avuto una storia personale travagliata, per i popoli che hanno percorso un itinerario tortuoso alla ricerca di se stessi lungo l’arco dei secoli e dei millenni. Pensiamo al trauma rappresentato dalla perdita della libertà che si incide tanto più profondo quanto più quella perdita è stata violenta ed è durata nel tempo.
Nella cultura dei popoli che hanno subito dominazione coloniale gli studiosi riconoscono uno schema che si ripete in ogni parte del mondo, articolandosi in forma tripartita: il primo momento è rappresentato dall’accettazione totale della cultura e della lingua del dominatore, il secondo dal rifiuto drastico, la terza dalla comprensione che, dopo un lunghissimo tempo, la cultura e la lingua del dominatore sono divenute proprie, si sono mischiate con la cultura e la lingua d’origine, concorrono a rappresentare le visioni del mondo personali e quelle dell’ethnos da cui ciascuno sente di derivare.
Non tutti riescono a raggiungere questo livello, a compiere la sintesi, a guardare dentro di sé in un doloroso processo di introspezione: l’unico attraverso cui sia possibile diventare persone adulte e popoli serenamente realizzati.
Nella triste rassegna delle terre i cui abitanti non hanno sempre avuto la possibilità di autogovernarsi e hanno subito l’imposizione di un dominio esterno, la Sardegna potrebbe collocarsi ai primissimi posti: data infatti dalla fine della civiltà nuragica e dura fino alla metà dell’Ottocento (con la breve ma luminosa stagione dell’età giudicale) l’ “alluvione” di dominatori che si sono succeduti nell’isola.
Dominatori e lingue che qui sono giunti e si sono mescolati con gli abitanti del luogo e con le lingue in precedenza parlate: in aggiunta il confronto con tutte le altre genti approdate, non per guerra ma per commercio, per sete di avventura, per amore. Tutti, più o meno, hanno lasciato una traccia che ha sedimentato, ed è possibile riconoscerla nella composita psicologia che ci contraddistingue, nella complessità delle lingue che parliamo.
Potremmo con un’immagine dire che ci siamo iscritti migliaia di anni fa ad un corso di lingue e abbiamo acquisito un’attitudine mentale alla comunicazione plurilinguistica: sotto tale profilo abbiamo accumulato una ricchezza incomparabile.
Peccato, volerla ridurre a semplificazione. Peccato, voler perdere i risultati di un tirocinio durato tanto tempo e pagato in proporzione.
A tutto questo (anche a questo) ho pensato, ascoltando il gran parlare che si è fatto, nei giorni scorsi, a proposito di un genitore che ha scelto di iscrivere la propria figlia a un corso di gallurese. Penso che lo abbia fatto per amore: della figlia e dei suoi genitori, della Gallura, dei graniti e delle sughere, della poesia gallurese che dal Settecento in avanti ha dato alta prova di sé; per il desiderio che la bambina cresca serena, consapevole delle radici dalle quali deriva e desiderosa di conoscere il mondo.
Quello più vicino, in primo luogo: il restante mondo sardo (bello quanto la Gallura) e le sue lingue, sonanti di storia e di umana avventura.
E quello un po’ più lontano ma nel quale viviamo immersi, verso il quale guardano i nostri giovani quando cercano lavoro: il mondo che ci raggiunge ogni giorno attraverso i computer o con la presenza degli ospiti che visitano la Sardegna.
Credo che dovremmo preoccuparci un po’ più di questo: del fatto che non sfruttiamo le nostre attitudini linguistiche, che non riusciamo ancora a bilanciare bene nei corsi scolastici l’insegnamento dell’italiano e del sardo, a far capire ai giovani l’entità della ricchezza di cui dispongono. E che dovrebbe predisporli all’apprendimento delle lingue “altre”, almeno due, quelle indispensabili perché vivano da protagonisti il tempo che li aspetta.

Giuseppe Marci
 
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