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SARDISSIMA

Anno I - N. 1 - Luglio 1920

Sardissima
Anno I - N. 1 - Luglio 1920
Rassegna mensile di lettere, politica, economia

Finalmente a fundu in susu
s'imbastu nd'hat a bettare
Francesco Mannu

SOMMARIO:
Alere flammam!
Paolo Orano - Il partito sardo
Egidio Pilia - Per la tomba profanata di D. A. Azuni
Filiberto Farci - Domenico Alberto Azuni giureconsulto e storico sardo del secolo XVIII.
Francesco Cucca - Stella (lirica araba)
Filiberto Farci - Il dèmone in agguato (novella)

CAGLIARI
TIP. G. MELIS SCHIRRU 1920


SOMMARIO:
I redattori di "Sardissima" - Alere flammam! pag. 1
Paolo Orano - Il partito Sardo » 3
Egidio Pilia - Su la tomba profanata di D. A. Azuni » 7
Filiberto Farci - Domenico Alberto Azuni giureconsulto e storico sardo del secolo XVIII » 21
Francesco Cucca - Stella (lirica) » 39
Filiberto Farci - Il dèmone in agguato (novella) » 41

Rimandiamo al prossimo fascicolo le annunziate note critiche nel Teatro dialettale Sardo di Euro

Redazione: Via Garibaldi, 32 Amministrazione: Via Fara, 1
CAGLIARI

Proprietà letteraria - Tutti i diritti sono riservati - Riproduzione vietata

Prezzo di abbonamento al 31 Dicembre 1920 L. 92
Costo del presente fascicolo lire due e cinquanta

"SARDISSIMA" inizierà tra breve la pubblicazione di una interessantissima collana di PROFILI SARDI scritti da valorosi cultori di studi letterari e storici sardi.
Inizierà la serie:
Carlo Burragna
del Prof. EGIDIO PILIA
Sono aperte le prenotazioni. Nessun sardo che ami veramente la Sardegna e senta la dignità della propria coltura può privarsi di questi volumetti che sono una vera e propria battaglia contro la tradizionale ignoranza del passato storico e letterario non inglorioso della Sardegna.

Nel prossimo fascicolo pubblicheremo un lungo accurato e preciso studio sull'autonomia sarda, dettato per la nostra rivista da Paolo Orano.

SARDISSIMA
Finalmenti a fund'in sus u s'imbastu ndat'a bettare.
FRANCESCO MANNU

Alere flammam!

Questa rassegna di lettere e di critica - che sorge con solo l'ardore della sua fede grande, animata da giovani energie, inflessibile nella coscienza del prossimo divenire sardo - è un grido di battaglia e di riscossa: monito agli ignavi, incitamento alla gioventù di Sardegna e a chi in una Sardegna civilissima e liberissima ripone il migliore suo sogno, il più vivo fremito del suo spirito. È un'affermazione veemente di sardità, la nostra, che ci schiude il pensiero e le anime a quel rinnovamento sardo che è meta suprema della nostra insonne battaglia e che dev'essere impeto di ascesa e di gloria per tutta la stirpe nostra antica, indomabilmente fissa nella volontà di rinnovarsi e di innalzarsi.
Il nostro programma è nel titolo ed è nei versi del poeta ozierese che guidò col suo canto la rivoluzione angioina.
Rovesciare ogni giogo, sottrarre la Sardegna alla perpetua minorità cui la vorrebbero inchiodata i mestatori e i barattieri di Montecitorio nella valutazione dei valori nazionali: innalzare la Sardegna, dimostrarne la piena sufficienza a vivere come organismo autonomo.
Respiro ampio di polmoni dilatati vogliamo per la Sardegna dell'avvenire. Vogliamo che la Sardegna - ormai palesatasi e affermatasi in ogni contingenza la parte più sana della compagine nazionale - sia portata allo stesso livello delle altre regioni d'Italia: nella coltura, nelle garanzie politiche e amministrative, nell'organismo economico, nello sviluppo agrario armentizio e industriale, nell'istruzione, nelle comunicazioni marittime e stradali, nelle bonifiche e nell'irrigazione. La Sardegna non dev'essere più nel concetto dei governanti la Cenerentola perpetua, trascurata e disprezzata: non dev'essere ritenuta solo il vasto serbatoio delle risorse naturali e umane a cui il governo possa attingere a suo piacimento, senza scrupoli e senza limiti, in ogni ora della vita nazionale. La Sardegna dev'essere prima di tutto Sardegna, poi che l'Italia le è irreducibilmente matrigna. E dev'essere grande e salda: senza ritrosie, con alta e serena fronte: grande quale i valori morali incommensurabili della sua razza le danno diritto di essere. Sardegna rispettata e temuta, Sardegna giovine, agile fervida, animata sempre di spirito d'iniziativa e di conquista. E deve marciare subito alla riscossa e deve - se i governanti si ostineranno nella loro cecità e sordità secolare - farsi giustizia da sé buttando giù, con una buona scrollata, il basto e diventando alfine veramente padrona di sè, veramente libera di marciare per la sua via.
Oltre tutti e tutto, dunque, prima di tutto e di tutti, in cima a ogni pensiero, Sardegna!
Sardamente pensare, sardamente operare con coscienza d'italiani. Sardissimi vogliamo essere in ogni manifestazione dello spirito e della mente: con indomita volontà di recare l'Isola verso la luce, con dedizione appassionata alla grande nostra Solitaria, alla grande Taciturna, che sa tutte le sventure e tutte le rinuncie e che deve alfine acquistare la piena consapevolezza di sé stessa e del suo avvenire. E squassare vogliamo il torpore antico: scuotere - con un gesto di risolutezza virile - la cenere grigia dell'oblio che sta cosparsa da millenni su la chioma profusa dell'Invitta che pur dolora senza lacrime e tutta sé stessa offre in vano, con gesto magnanimo di olocausto, alla gran Madre immemore.
Con questa fede e con questo pensiero, lanciamo a tutta la gioventù sarda, dal Sulcis all'Anglona, l'appello della lotta. Tutti con noi i giovani e quelli che alimentano nel cuore la fiamma di una grande idealità sarda, plasmata al disopra di ogni concezione gretta di classe e di individui, di fazioni di partiti e di sette cementati da compromessi e da rinuncie! Tutti con noi in piedi, giovini di Sardegna: per combattere la bella battaglia della rinascenza isolana con vibrante fede, con opera alacre di pensiero, con saldezza di proposito per l'avvenire fatalmente segnato alla nostra gente.
La Sardegna è ormai matura all'azione. Deve lottare: difendersi, preserversi dalla lue dissolvitrice che contamina gli organismi politici europei ed affrancarsi dall'asservimento ai despoti d'oltre mare che la vogliono sempre sotto il loro calcagno in una vituperosa servitù: deve finalmente rifulgere nella sua vera e intera bellezza con tutte le sue energie, con tutte le sue risorse inestinguibili, in conspetto al mondo, in piena luce meridiana, finalmente eretta fuori dell'ombra secolare in cui giacque fin ora, finalmente staccata dalla gente d'oltre mare che affoga nell'affarismo e nella corruttela dei torbidi patteggiamenti nella lordura degli appetiti scatenati da mire egoistiche e nella gazzarra demagogica. Questa è la fiamma sacra che noi non dobbiamo mai lasciare estinguere, ma dobbiamo sempre alimentare nel nostro spirito: la fiamma del gran sogno sardo di libertà e di resurrezione. Alere flammam! Levare in alto il cuore ardente e sanguinante di Sardegna, il gran cuore acceso come un faro nella tenebra. Alere flammam!
I redattori di "Sardissima"

Il Partito sardo

Conviene intendersi ora che la Sardegna da un capo all'altro ferve di fecondo lavoro. Della efficacia del Parlamento e della sua inefficacia, di quel che esso può e di quel che non può affatto, abbiamo da cinque anni la dimostrazione evidente quotidiana. In realtà io non ho modificato il mio giudizio sul Parlamento e ripeto quello che da venti anni dico in pubblico e scrivo: bisogna guardarsi dal considerarlo altrimenti che come un mezzo di lotta civile. I danni politici più gravi sono venuti all'Italia dal professionalismo parlamentare. Credo che il buon deputato non debba restare alla Camera troppo a lungo, che all'esercizio della rappresentanza politica bisogni mandare uomini sempre nuovi, cha sia necessario impedire che in Parlamento il deputato s'installi, stringa troppe amicizie, aderisca a troppi connubii, si mescoli troppo a gruppi, in una parola che si finisca per avere in Italia l'uomo di mestiere deputato.
Gli elettori e cioè i rappresentanti devono potere tirar già dallo scanno il rappresentante che non risponda agl'interessi che ha missione di far trionfare davanti al Parlamento, e il rappresentante il più benemerito non può acquistarsi il diritto di rimanere in perpetuo in Parlamento, perché il migliore degli uomini che sia riuscito ad essere degno della riconoscenza del collegio e magari della Nazione diventa un ostacolo, una sopravvivenza quando ritorna al suo scanno coronato d'alloro. C'è chi deve prendete il suo posto; bisogna che il collegio lo trovi, e non occorre lo cerchi tra gli uomini di genio che sono rari e pericolosi, ma tra i valentuomini di carattere, dallo spirito sempre aperto a tutto quello che ogni anno nel mondo e in Italia porta di nuovo e di fecondo.
Intendo affermare che i deputati debbono seguirsi ne1 maggior numero possibile. Una legislatura è già il troppo tempo. In Parlamento il buon oratore finisce per diventare un retore; l'uomo intelligente un uomo astuto; l'uomo capace un affarista; il pensatore un dottrinario; l'uomo influente un capo banda; il mediocre passivo il principe dei farabutti. E' così che abbiamo assistito da un ventennio in qua al formarsi dei miti i più grotteschi e dannosi per l'Italia; è così che si sono formate in seno al Parlamento delle vere e proprie potenze idealizzate dalla sopravalutazione dogmatica di individui ridotti a nient'altro che a sigle di camarille.
Tipico fra gli altri il giolittismo. Giolitti è il fenomeno di un'autocancrena. Quando quest'uomo incominciò la sua via politica non valeva né più né meno di tanti altri, e riusciva un deputato utile ai polli ed ai beccamorti del suo collegio, a riguardo del quale non ho mai capito perché tanta popolazione emigri nel dipartimento famoso delle Alpi Marittime.
Giolitti non era un uomo che sapesse comandare; era invece un uomo che sapeva ubbidire. Ubbidiva alle camorre di chi voleva speculare nello Stato e nel Parlamento stando nell'ombra. E così è diventato il formidabile uomo di governo contro il quale tutti abbiamo combattuto la nostra battaglia.
Credetemi se vi dico che c'è sempre un deputato migliore di quello che ci rappresenta e che la pianta deputato non funziona bene oltre una legislatura. La ragione sta tutta quanta nel fatto che il deputato rimandato in Parlamento perché ha ben meritato, si trova già a poter contare sopra una moltiplicata fiducia dei suoi rappresentanti.
Anche se farà un po' meno ed un po' meno bene, continuerà a godere la stima guadagnatasi; anche se farà male o non farà, sarà sopportato. Tanto il Collegio è sicuro per lui ed i suoi elettori coscienti o no sono della combriccola e la loro fedeltà va crescendo con l'attutirsi del senso critico e quindi del controllo. E se questo deputato beato e sicuro nel suo collegio avrà mire di governo, il lasciapassare degli elettori feticisti acuirà in lui lo spirito d'arrivismo, la disinvoltura, il cinismo delle manovre e delle combinazioni.
Ora si tratta d'impedire che possa crearsi una connivenza tra la massa degli elettori servita al minuto e il profitto e i secondi fini del rappresentante. E non conosco altro modo da quello di variare il mandato per tenere l'attività politica, lo spirito critico, l'esercizio del controllo svegli e per impedire che il Parlamento diventi un senato a vita, quel gerontocomio che è diventato (Luzzati, Giolitti, Boselli, ecc.) il governo, quella mummificazione di partiti nessuno dei quali ha più ragion d'essere così come si è conservato, ciascuno dei quali ci è arrivato così appunto perché le masse elettorali per ignavia, per servilità, per connivenze private, per gratitudine di spiccioli favori, per sciocco sceticismo hanno continuato ad eleggere lo stesso deputato, diventato cosi un uomo celebre, una veneranda personalità, un decano, una famosa imbecillità, un masso erratico che sbarra la strada alle energie sempre nuove e diverse del Paese.
Non basta dunque il differente metodo elettorale. L'elettore deve da parte sua considerare in tutt'altro modo il mandato che affida al tale o al tal'altro col suo voto. Altrimenti il malanno ricomincia, ricomincia l'eccesso dell'illusione nell'efficacia del deputato, ricomincia da parte sua l'abuso della fiducia de' suoi elettori e una generazione di politici intriganti, mestatori, pericolosi, cinici si sostituisce a quella che se n'è andata. La rappresentanza politica non è una carriera, non è un curriculum di bella gloria oratoria, non una situazione che si crea a questo o a quell'individuo. E se questo o quello contano parecchie legislature in Parlamento, non debbono farsene un merito e un vanto. Ciò è nient'altro che un torto e una vergogna per il collegio. Un collegio che si è fatto un feticcio, è un collegio di gente che ha perduto il punto di vista essenziale dei propri interessi e di quelli nazionali.
Frattanto, durante un periodo della storia che ha polverizzato nel mondo ogni importanza dei parlamenti s'è veduto lo scempio positivista permettersi per darsi comunque una personale attitudine, negare il voto persino ai riconoscimenti di gloria e di riconoscenza agli eroi morti e vivi che hanno saputo ottenere alla Patria la grandezza che ella ha oggidì.
Sappiamo sino a qual punto la mala consuetudine abbia danneggiato l'Isola nostra. Il danno non potrà finire se coloro i quali furono portati dai passati comizi in Parlamento non sapranno che altri attendono, meritevoli e altrettanto autorizzati dei primi, per prendere il loro posto. Il buon deputato non può dare buoni frutti oltre un periodo di qualche anno. Mi si creda. E non deve sperare di farsi il covo a Montecitorio. È una magistratura dell'energia quella sua, durante la quale è necessario il massimo sforzo per il totale rendimento personale. E poi basta. E poi a casa. E venga un'altro più giovane, fatto esperto da quello che il predecessore non ha saputo fare, che è il più, da quello che ha fatto, che è sempre poca cosa, perché il meglio è solo in ciò che possiamo fare di più. Si muti nell'opinione degli elettori l'incarico di deputato da un titolo d'onore rumoroso e frondoso in un obbligo civile modesto.
Così soltanto il Parlamento italiano diventerà una palestra aperta ai moltissimi capaci e sarà spezzata la tradizione dello scanno a vita, causa di tutti i malanni che da oltre mezzo secolo affliggono la nostra esistenza nazionale e regionale.
Paolo Orano

D. A. Azuni giureconsulto e storico sardo del secolo XVIII

Quattro ruvide assi in un cantuccio desolato del monastero di N. S di Buonaria racchiudono le spoglie mortali di Domenico Alberto Azuni: l'uomo più insigne che la terra di Sardegna abbia generato, la gloria più pura dell'Isola nostra.
Non monumento funebre, non un segno - sia pure umile - della pietà estrema che i superstiti non mai negano agli estinti: neppure l'inumazione!
Il Grande Sardo dorme il sonno eterno in una cassa grossolana appollaiata su due piuoli confitti nella parete di una nuda stanza che serve da ripostiglio di vecchie suppellettili sacre e di rifiuti di sacrestia. Avanzi di mobili, intorno, arredi infranti: e su tutto polvere e ragnatele, su tutto il grigiore melanconico dell'abbandono.
Triste abbandono che dura da un cinquantennio: (1) più indecoroso e più irriverente quando le reliquie di D. A. Azuni giacevano abbominevolmente in un angolo, tra le sporcizie, in balia dei sorci: abbandono da cui le sottrasse solo la pietà dei frati mercedari che custodiscono la salma gloriosa. Stringe il cuore - a chi sa quale e quanta gloria irraggi da questa salma - tanta nequizia umana e tanto squallore di oblio postumo. Si nega a D. A. Azuni, al fondatore immortale del Diritto Marittimo, all'assertore magnanimo del diritto delle genti, l'estrema quiete della tomba che neppure si nega ai ribaldi. Cagliari con questa pagina d'ignominia si copre della stessa onta di cui si coprì Milano quando lasciò che si disperdessero le ceneri sacre del Parini, per cui fiera e sdegnosa balenò l'invettiva di Ugo Foscolo alla città « d'evirati cantori allettatrice ».
Dalle spoglie profanate del Nostro urla il sacrilegio: monito austero e solenne: protesta e rimprovero agli uomini succedutisi durante mezzo secolo nel governo civico di Cagliari, che potevano - ma non vollero, o non seppero per ignoranza o per colpevole incuria, - togliere all'oblio e all'onta i resti del celebre giurista sardo la cui figura grandeggia nella venerazione e nella gratitudine degli stranieri più e meglio che nella nostra perché gli stranieri più e meglio di noi seppero intenderne la potenza formidabile dell'intelletto e l'importanza dell'opera costruita su basi granitiche.
Or bene: è tempo che sia posto termine all'infingarda incuria e alla smemorataggine degli uomini che non seppero tributare onore alcuno alla memoria di chi con imperitura luce di gloria circonfuse la fronte alla Sardegna: è tempo che sia data a D. A. Azuni onorevole sepoltura. Sia cancellato l'oltraggio nefando a cui si sono esposti i resti del Maestro glorioso: e sia, questo, per volere unanime dei cittadini di Cagliari e di Sardegna tutta, contro il mal volere e l'ignoranza dei reggitori inetti o immemori o inconsapevoli delle nostre glorie. Non bastano le volate rettoriche dei cerimoniali d'occasione per ricostruire il nostro non oscuro passato e creare la nostra coscienza nuova. Di rettorica peccammo già troppo, noi sardi. Nella facciata del teatro Civico di Cagliari - dove il 26 marzo 1876 fu celebrata una festa in commemorazione degli illustri sardi, e tra questi l'Azuni, - leggevasi, tra le altre, questa iscrizione: « Giovani d'Ichnusa - Il sole d'Italia - Irradia eterno - Le tombe dei nostri avi illustri - Contro di esse - Nulla poté - La tosca rugine dei tempi - La tristizia degli uomini. - Giurate - Sull'altissima dottrina - Che levasi - Da quelle sacre ceneri - Di scolpire - Nei pensieri e nei petti ardenti - Le sublimi ispirazioni - Che suscitano le memorie - Dei grandi cittadini - Delle libere virtù - Dei grandi sacrifizi ». (2)
Parole! Quando si pensa alla trascuratezza ignobile in cui è lasciata la salma di D. A. Azuni, queste parole sembrano un'irrisione beffarda. Liberiamoci da queste vanità arcadiche. Agire bisogna, per essere degni del nostro passato e di noi stessi. Facciamo che, nella placidità della pingue beatitudine borghese che ci stagna intorno e ci soffoca, passi alfine un soffio di spiritualità ardente che valga ad affrancarci dall'onta di ieri e ci sottragga all'acerba rampogna che dalle reliquie vituperate di Azuni si leva a schiaffeggiarci. Facciamo che sia scossa alfine dai nostri capi la cenere grigia dell'oblio e dagli animi sia tolto il lievito asprigno dello scetticismo che dissolve ogni più pura e salda energia. Salgano ogni anno in pellegrinaggio pio e devoto, alla tomba di D. A. Azuni sul colle di Buonaria, come ad un'ara, le nuove generazioni sarde, che si sono sottratte all'ignavia antica e tendono - con fermo passo incalzante, fervide le arterie di sangue, - alla conquista del grande avvenire che le attende.
Per l'opera di Domenico Alberto Azuni - che à impresso negli studi del diritto marittimo così vasta orma - il nome della Sardegna suona glorioso non solo in Europa ma anche di là dall'Oceano, nelle lontane Americhe che al Grande Sardo, dimenticato in patria, eressero un monumento che è per gli immemori esempio e rimprovero. Questo, gran parte dei sardi - che trascurano, adagiati in un neghittoso quietismo, le loro glorie più autentiche - non sanno o non ricordano. Non vano è, per ciò, dire oggi di Domenico Alberto Azuni.
Nacque questo glorioso precursore quasi trent'anni dopo la cessione della Sardegna fatta dall'Arciduca d'Austria Carlo III al Duca di Savoia Vittorio Amedeo III il 3 agosto 1749, in Sassari. Suo padre Giov. Ant. Azuni, farmacista, lo affidò, fanciullo ancora, alle cure del dotto scolopio Padre Francesc'Angelo Tealdi. Sotto la guida di questo maestro, D. A. Azuni studiò umane lettere e grammatica, e fece - in breve tempo - così rapidi progressi da diventar versatissimo in queste discipline. Proseguì, quindi, gli studi nell'Ateneo sassarese, quando questo per l'illuminata opera del Conte Bogino, Primo Ministro del Re Carlo Emanuele III, e per l'insegnamento che vi era impartito da chiarissimi dotti, quali il Berlendis, il Gemelli, il Gagliardi, assurgeva a sede rinomatissima di studi giuridici: percorse con onore il corso di filosofia e di diritto e conseguì tutti i gradi accademici dei corsi universitari d'allora: il Magistero di Filosofia e d'Arti, il Baccalaureato e Prolitato di Giurisprudenza e infine, il 29 gennaio 1772, la laurea in Giurisprudenza.
Subito dopo - ancora giovinetto - si cimentò contro avversari ben maturi nello studio del diritto in un concorso per una delle cattedre sassaresi di pandette. Non vinse ma destò viva ammirazione per l'audace e brillante prova d'ingegno e di dottrina data, che fece convergere sul suo nome l'attenzione, il plauso e la fede della sua patria.
Era una fulgida promessa, infatti, che doveva ben presto tramutarsi in magnifica realtà. Nei due anni successivi si dedicò alla pratica forense: in Sassari da prima, poi in Torino, dove soggiornò lungamente. In questa città fu addetto all'Ufficio Generale delle RR. Finanze, detto poi Ministero delle Finanze, e in seguito - con patenti del 22 maggio del 1780 - fu nominato Vice Intendente Generale della città e contea di Nizza. Due anni dopo copriva l'alto ufficio di Giudice Legale del Tribunale Consolare della stessa città.
Ebbe così modo, per le frequenti risoluzioni che doveva pronunciare su ardue questioni giuridiche, di approfondirsi nello studio del Diritto Commerciale e Marittimo: e diede ben presto in queste discipline quei saggi mirabili che dovevano circondarlo di rinomanza universale.
Prima sua opera d'importanza è il « Dizionario Universale ragionato della giurisprudenza mercantile » che comparve nel 1786 (1) e che ebbe varie edizioni, di cui principali la livornese del 1822 con aggiunte dell'autore - che si valse per questa ristampa di vari articoli del « Dizionario della giurisprudenza marittima e commerciale» del Baldasseroni edito pure a Livorno nel 1811 -, la genovese del 1834 con note e aggiunte di Giuliano Ricci e infine la «pregevole» - così la giudica il Siotto Pintor (2) - prima edizione sarda, nella quale trovasi fusa la nuova giurisprudenza del Ricci, edita in Sassari nel 1844(3).
Quest'opera suscitò in tutta Italia largo plauso: diede subito fama all'Azuni e lo collocò tra i più eminenti giuristi del tempo. Colmava, infatti, le lacune che si riscontravano nel celebrato « Dizionario del commercio » del Savary, elevandosi dai limiti troppo angusti di quest'opera - che si restringeva quasi del tutto a leggi e consuetudini francesi con procedimento essenzialmente empirico - a una concezione più vasta e profonda, sopra tutto altamente umana, del diritto pubblico, fissando con linee semplici e precise, di scultoria evidenza, i principî giuridici commerciali.
Giustamente il Manno(4) chiama quest'opera « catechismo commerciale » a chi intraprendeva la carriera del traffico e insieme « codice ragionato a chi era chiamato a sciorre le questioni che ne dipendono ». L'Azuni vi riunì con procedimento sistematico leggi e consuetudini commerciali di diverse città d'Europa, non che le decisioni dei tribunali più accette in materia di traffico, di marina e di cambio, così da formare un vero repertorio di giurisprudenza commerciale.
Dopo gli alti elogi sollevati da tale pubblicazione, Vittorio Amedeo III di Savoia re di Sardegna lo nomina nel 1789 Senatore e gli affidava l'incarico di compilare un nuovo codice di legislazione marittima per gli Stati Sardi.
Azuni si accinse con alacrità al lavoro e lo condusse a termine nel 1791. Ma l'opera a rimase allora - e lo è tuttora - inedita, perché le dure vicende politiche che l'anno successivo perturbarono la penisola italiana ne impedirono la pubblicazione. Vittorio Amedeo III dovette scendere in campo per combattere le armate francesi. Ma queste nel settembre 1712 occupavano la contea di Nizza. Azuni dovette allora lasciare la città insieme con la moglie. Da ciò amarezze e sventure. Lo straniero gli confiscava i beni:
e il bisogno batteva alla sua porta.
Si era intanto - dopo un breve soggiorno a Torino - rifugiato in Toscana. Qui fu benevolmente accolto. Ma le necessità imperiose della vita lo premevano. A stento sopperiva col frutto dei lavori, nei quali perseverava con indefessa fede e con energia indomabile. Si aggiungeva alle difficoltà materiali il travaglio spirituale, ché lo assillava invano il desiderio di rientrare nell'Isola natale a cui nostalgia acuta lo sospingeva. Invano chiese con insistenza ai ministri piemontesi un qualsiasi impiego in Sardegna. Non l'ottenne. L'insipienza e la miserevole grettezza d'animo degli Stamenti Sardi - ai quali il governo sabaudo lo aveva rimandato - lo respinsero con parole dure, che sono un'onta per il Parlamento Sardo dell'epoca.
Poiché egli aveva lasciato da lungo tempo la Sardegna - decretava l'alto senno degli Stamenti - e in Piemonte aveva prodigato la sua opera e la sua attività, doveva al Piemonte chiedere cariche e impieghi. Può concepirsi un più angusto spirito di provincialismo?
All'Azuni, che altamente onorava la Sardegna con l'opera nobilissima del suo ingegno, la Sardegna d'allora rispondeva con ingratitudine desolante. Scrisse a ragione Pasquale Tola (1): « La gloria letteraria lo cinse luminosamente in terre straniere; non si ammorzò ché non poteva ma non gli rifulse nella sua patria: invidia e viltà d'animo di alcuni coetanei suoi osò talvolta insolentire contro lo scrittore delle leggi marittime venerato nei due mondi ». E - quel che è peggio - la Sardegna d'oggi perpetua quell'onta col sacrilegio che ancora infligge alle reliquie dell'Azuni.
Questi - dopo il vergognoso rifiuto - andò ramingo, povero e oscuro, l'anima gonfia di amarezza, per le principali città d'Italia. Fu - in questo triste periodo della sua vita - a Venezia, a Trieste, a Firenze. Ma né le dure traversie della vita agitata che era costretto a condurre, né la povertà che lo assillava lo distolsero dagli studi prediletti: vicino, anche in questo, a tanti illustri che nella sofferenza seppero dare i migliori frutti del loro ingegno.
In quell'epoca, infatti, l'Azuni condusse a compimento l'opera sua più importante e più celebrata - non solo in Italia ma in Europa e in America - che lo precinse d'immortale gloria. Opera genialissima, densa di pensiero, mirabile d'intuizioni: concezione poderosa di dottrina, monumento di sapere che rifulge nei secoli: il « Sistema universale dei principî del diritto marittimo dell'Europa »(2) che è fondamentale nel campo del Diritto Marittimo di cui scolpì con linee vigorose la vera fisionomia e segna un'alta conquista del Diritto Internazionale.
In quest'opera, che freme tutta di spiriti di libertà e di modernità, l'Azuni insorse contro il sistema, fin allora invalso negli scrittori di legislazione marittima, di limitarsi a trarre norma di risoluzione delle vertenze marittime dalle consuetudini locali, senza tener conto dei principî inviolabili del diritto delle genti. A questo egli invece si riportava e alla ragione universa indagando le ragioni determinatrici delle consuetudini che governano il diritto commerciale e fissando sicure norme di giustizia.
Il « Sistema universale dei principî del diritto marittimo dell'Europa » studia l'origine e i progressi del diritto marittimo presso tutti i popoli, antichi e moderni, stabilisce i principî di ragione e di equità sui quali devono basarsi le leggi relative al commercio, propugna vigorosamente la libertà dei mari, mettendo in evidenza gli svantaggi che derivano dall'impero marittimo, stabilisce i confini del mare territoriale con la portata delle più lunghe armi da fuoco, e infine espone diffusamente la genesi e lo sviluppo della legislazione marittima.
Nella seconda parte di quest'opera l'Azuni tratta del diritto marittimo europeo in tempo di guerra e la guerra definisce il più funesto flagello dei popoli, da cui scaturiscono calamità tremende e gronda sangue di generosi.
Parla, poi, della neutralità soffermandosi sui diritti e doveri ad essa connessi tanto rispetto alle nazioni belligeranti che alle neutrali, sostenendo la piena libertà del commercio marittimo. Idea grande veramente e veramente umanitaria, che - come l'Azuni dice - « non è il risultato di teorie sterili, o di fredde speculazioni diplomatiche, ma un'emanazione dei principî luminosi e sacri del diritto della natura e delle genti ».
L'opera nella disorganica e farraginosa congerie delle leggi che allora imperversavano per regolare i rapporti commerciali, segna una grandiosa fase ascensiva: assurge alle vette della divinazione precorrendo, con intuito meraviglioso, i secoli e segna un'epoca classica nella storia del diritto commerciale.
Gian Domenico Romagnosi la chiama « classica ed unica opera » e continua: « I principî di quest'opera furono citati alla tribuna nazionale» e servirono soventi volte di autorità ai legislatori, ai tribunali marittimi, ai, giureconsulti, che si occuparono di questa parte del pubblico diritto, talché all'autore fu attribuito il titolo di Grozio del diritto marittimo. E perché mai tanta luce di un insigne italiano ed un'opera di pregio rimasero quasi sconosciute presso i cultori della nostra Giurisprudenza? »(1).
Una delle poche voci discordi, tra il quasi unanime plauso che accompagnò l'Azuni, è quella del Vidari(2) che gli rimprovera di seguire pedissequamente le teorie del Lampredi. Ma se è vero che in molte parti il pensiero dell'Azuni collima con quello del Lampredi - e questa identità di vedute non costituisce evidentemente un demerito del Nostro - è anche vero che in molte altre ne dissente. Valga a dimostrarlo la sua tesi nettamente avversa al Lampredi e al Galiani(3) sul commercio dei popoli neutrali in tempo di guerra e sui doveri dei principi neutrali verso i guerreggianti. Del resto anche il Vidari riconosce che l'Azuni - di cui elogia la forma piana facile lucida - « mise molto ordine nella distribuzione di tutto il suo lavoro, facendolo precedere da una larga analisi storica della legislazione » e che il suo « metodo scientifico è assai buono ».
L'Azuni fissò così i principî su cui devono trovare fondamento le leggi che devono regolare il commercio tra i vari popoli e propugna, con vigorosa e stringente argomentazione, la libertà dei mari, palesandosi innovatore sapiente del Diritto Pubblico. Il Diritto Internazionale Marittimo è una sua creazione: per lui il diritto delle genti enunciato dal Grozio ebbe finalmente indirizzo positivo e pratica attuazione. Non è soltanto, dunque, un precursore - come alcuni sostengono - ma anche, e più, un fondatore. E fu il campione ardente strenuo inflessibile della neutralità sul mare, che nessuno prima di Lui aveva propugnato e che fu sancita dal Congresso di Parigi del 1856 dopo la sua vigorosa parola. L'opera fu una rivelazione e insieme un'affermazione. Riscosse la lode incondizionata dei più celebrati giuristi dell'epoca e fu citata in tutti i tribunali di commercio europei.
Scrive il Martini(4) che «non si esitava di reputarlo il più illustre scrittore vivente in materia di diritto marittimo ». Tanta fu la fama levatasi intorno al nome dell'autore che Pisa - per la vigorosa rivendicazione da lui fatta in tale opera a gloria della Repubblica pisana del Consolato del mare - gli dava la cittadinanza.
Ma intanto 1'Azuni non dimenticava 1'Isola madre. Anzi - ed è bene ricordarlo, perché dimostra di quanto nobile spirito di sardità Egli fosse animato, - ne difese sempre gl'interessi e la elevò nella considerazione dei popoli, la incitò con l'esempio a drizzare sempre più alto il volo. Così rispondeva, con magnanima nobiltà di sentire, all'ingratitudine del governo sardo che lo aveva respinto, per vano spirito di campanile, quando il Grande aveva invocato impiego in Sardegna: così si vendicava dell'indifferenza sdegnosa con cui certi sardi risposero all'appello che Egli aveva loro lanciato perché gli dessero i mezzi per la pubblicazione di quel suo capolavoro che deve la luce solo alla generosità del Gran Duca di Toscana.
Strettamente connessa col « Sistema universale dei principii del diritto marittimo di Europa » è la « Dissertazione sull'origine della bussola nautica » che l'Azuni lesse nel 1795 nella R. Accademia delle Scienze di Firenze(5)
Egli volle dimostrare in questo breve lavoro - basandosi sul « Trésor » di Brunetto Latino, su un poema di Guittone di Provenza scrittore del sec. XII, su la « Storia della guerra gerosolomitana » del cardinale Vitry e sul racconto di Ugone di Bercy - che la scoperta dell'ago calamitato deve attribuirsi ai francesi anzi che a Flavio Gioia, il quale ne sarebbe soltanto il perfezionatore.
L'operetta - invero non troppo improntata d'italianità ma che trova giustificazione nella perfetta indipendenza intellettuale dell'Azuni e nell'alta rettitudine della propria coscienza convinta, non già, come alcuni vollero affermare, nel suo sentimento di gratitudine per l'ospitalità francese che non ancora aveva sperimentato, - suscitò vivaci polemiche e risentimenti. Ebbe critici acerbi e non sempre equanimi, ad accezione dello scienziato napoletano Grimoldi che ne scrisse con serena obbiettività confutando abilmente l'ipotesi dell'Azuni e rivendicando a Flavio Gioia l'invenzione della bussola(6)
Ben diversa fu l'intonazione che assunse il tedesco Giuseppe Hager, professore dottissimo di lingue orientali dell'Università di Pavia. In un opuscolo critico intitolato « Memoria sulla bussola orientale »(7) passò il segno e fu eccessivamente aspro. L'Azuni ribatté in forma non meno aspra, demolendo con mordace ironia l'ipotesi dell'avversario che attribuiva ai cinesi la scoperta della bussola.
La dissertazione azuniana su la bussola fu accolta - come è facile intendere - con unanime compiacimento dalla critica francese. Così che l'Azuni, attratto dal sicuro successo in terra di Francia - dove intanto si era rasserenato l'orizzonte politico e dove il suo nome era già tanto conosciuto - e dal fascino della grande metropoli parigina, che gli si apriva d'avanti con la lusinga di un fulgido avvenire, lasciò la Toscana e andò nel 1797 - proprio in quest'anno pubblicava, a Trieste, il « Mentore perfetto dei negozianti »(1) - a stabilirsi a Parigi, mentre le vermiglie aquile napoleoniche dai tragici campi d'Italia spiegavano le ale nei cieli di fiamma d'Europa.
In Parigi fu chiamato dal Governo del Primo Console e far parte della Commissione costituita con decreto 13 aprile 1801 per studiare e compilare il nuovo Codice marittimo e commerciale francese. Incarico onorevole che lo metteva al fianco dei più illustri giuristi francesi dell'epoca. Napoleone per l'opera svolta in tale incombenza gli conferì la cittadinanza francese e in seguito - nel 1805, riunitasi la Repubblica di Genova all'Impero Francese, lo nominava Presidente della Corte d'Appello di Genova.
Nell'ottobre del 1808 sedeva nel Corpo Legislativo di Parigi come deputato del dipartimento di Genova. Fu decorato poco dopo (1810) Cavaliere dell'Impero ed ebbe le insegne dell'Ordine della Riunione.
L'anno successivo pubblicò la « Consultation pour M. le marquis de Yranda négociant éspagnol »(2). E prodigava, intanto, la sua meravigliosa insonne attività in molteplici altri incarichi disimpegnati sempre con rettitudine ed energia pari all'alto valore, sopra tutto con un senso altissimo del proprio dovere e con vero spirito di abnegazione.
Pubblicò in quegli anni vari opuscoli e un compendio di storia della legislazione marittima: « Origine et progrès de la legislation maritime »(3). Opera, questa, piccola di mole ma d'importanza grandissima: ché costituisce come il complemento del « Droit maritime de l'Europe ».
Seguirono le sue « Mémoires pour servir à l'histoire des voyages maritimes des anciens navigateurs de Marseille »(4), dissertazione storica su l'origine di MarsigIia dall'arrivo dei Focesi alla Gallia meridionale, su la sua religione, su la civiltá, le colonie e il commercio, che riunisce due lavori precedentemente pubblicati dall'Azuni, e cioè: « Notice sur les voyages maritimes de Pythéas de Marseille »(5) e « Seconde notice de Pythéas ».(6)
In tutti questi saggi è l'impronta di un ingegno vigoroso, potentemente originale, sorretto da un'erudizione profonda varia agile.
L'Azuni non si chiuse entro i confini degli studi giuridici. Fu anche letterato genialissimo e trattò degnamente soggetti di carattere storico e letterario.
Importante tra questi, per la compiuta conoscenza dell'attività dell'Azuni per l'Isola nostra, è la « Histoire géografique, politique et naturelle de la Sardaigne »(7) con la quale l'Azuni intese completare e rettificare una sua precedente pubblicazione sullo stesso argomento intitolata « Essai sur l'histoire geographique, politique et naturelle du royaume de Sardaigne »(8), saggio per più riguardi imperfetto e monco, con gravi lacune e inesattezze. Ma 1'« Histoire geographique politique et naturelle de la Sardaigne » non eliminò questi difetti. Essa stessa è opera incompiuta e disorganica, specie nella parte che riguarda l'antichità e il medioevo eccessivamente scheletrica e poco nutrita di documentazione storica. Ma tali difetti sono giustificati dalla circostanza che l'Azuni scrisse l'opera lontano dall'Isola e quindi nell'impossibilità di attingere alle fonti della storia di Sardegna e di consultare i documenti che ad essa si riferiscono e che giacevano negli archivi isolani allora presso che inesplorati. Sopra tutto lo giustifica l'intendimento di giovare all'Isola, facendola conoscere oltremare e facendo convergere su essa l'attenzione dell'Europa. Per cui giustamente il Manno(1) scrisse: « l'opera sua giovò grandemente alla patria: poiché nell'ignoranza in cui generalmente si viveva non solo della storia, ma della stessa condizione presente di quell'isola e dei suoi abitanti un'opera quale era quella che conteneva ad un tempo la narrazione compendiosa degli avvenimenti storici, la descrizione topografica del paese, e la storia sua naturale, la trasse ad un tratto dell'obblio, e fe' rivolgere a lei lo studio dei dotti e dei curiosi », cancellando o rettificando molte delle erronee e vituperose credenze che correvano anche allora su l'isola nostra.
La prima parte dell'opera - che è preceduta da una carta geografica veramente preziosa - espone la geografia e la storia politica dell'isola. La storia politica va dai tempi più remoti fino al 1796, e cioè fino all'epoca di Carlo Emanuele IV rifugiatosi in Cagliari sotto l'infuriare della bufera rivoluzionaria: e tratta ampiamente delle varie dominazioni a cui l'Isola fu assoggettata, dai Cartaginesi e Romani ai Bizantini, Vandali, Goti e giù giù fino al dominio delle Repubbliche di Pisa e di Genova e dei Re d'Aragona e di Spagna. Per quest'ultima dominazione - che si protrasse dal 1323 al 1708 - à parole acerbe di biasimo e di riprovazione: ma cade anch'egli nel solito luogo comune, obbligatorio quasi tra gli studiosi del dominio spagnolo su la Sardegna, di dire a tutti i costi corna della Spagna e del suo regime, al quale si facevano, come si fanno tuttora, risalire - non sempre obbittivamente - tutti i malanni, politici ed economici, dell'Isola.
Tratta, poi, con parole di elogio e di gratitudine - luogo comune anche questo - del governo piemontese. Il Re Carlo Emanuele III e il suo primo ministro il Conte Bogino - questi in particolar modo con le sue saggie riforme amministrative - furono certamente utili alla Sardegna: ma non tutto il dominio piemontese è degno di encomio. Vessazioni e manomissioni, angherie e mal governo patì anche allora l'Isola(2).
Chiude questa prima parte un prospetto statistico del commercio sardo e uno schema di riforme a favore dell'Isola, verso cui era costantemente rivolto il pensiero e l'affetto dell'Azuni.
La seconda parte è dedicata alla trattazione delle risorse naturali della Sardegna e delle sue svariate produzioni.
L'opera, dunque, anche con le sue mende, raggiunse lo scopo: fece del bene alla Sardegna. Ma un pedante e petulante fraticello, che in ogni sua scrittura palesava la smania di esibire la vanità della propria mediocrissima saccenteria e della propria sconfinata presunzione letteraria, il Padre Tommaso Napoli, - a cui il Siotto-Pintor dice meritatamente il fatto suo(3) - scrisse su quest'opera alcune velenose note illustrative(4) che non si possono leggere tuttora senza sdegno per l'animosità astiosa e per l'irriverenza che le improntano. L'Azuni rispose pronto con parole sdegnose e sferzanti, quali in verità si meritava l'ispido e saputo Aristarco scolopio(5).
Altra opera di carattere prettamente letterario sono le « Observations sur le poéme du Barde de la Forêt-noir de M. Monti »(6), saggio critico non privo di mende ma denso di idee e di acute osservazioni, con cui rispose a una critica del « Giornale dell'Impero » sul poemetto « Il Bardo della Foresta Nera » di Vincenzo Monti che loda con espressioni di viva ammirazione.
Gli avvenimenti, intanto, precipitavano. Il tramonto della gloria napoleonica e il crollo dell'impero francese segnano anche la caduta di Genova sotto il dominio inglese. È un rovescio grave nella vita dell'Azuni che per dette i pubblici uffici che rivestiva. Il grande giurista fu costretto a lasciare l'alta carica di Presidente della Corte d'Appello di Genova - che copriva con tanto prestigio e con tanta dottrina - e a rientrare nella vita privata. Sentì, in questo triste periodo, già avanzato in età, gli assilli delle più stringenti necessità materiali. Furono per l'Azuni anni tristissimi di sofferenze materiali e morali, anni di privazioni e di stenti, di lotta dura, senza tregua, esasperante. Ma sopportò il rovescio con fermezza d'animo, con fiera dignità: senza viltà e senza rinuncie, a fronte alta sempre.
Né abbandonò gli studi prediletti, ché - anzi - proprio in questo travagliato periodo, mentre doveva lottare contro il bisogno incalzante, conduceva a termine e pubblicava due nuove opere che segnano nella sua operosità una nuova fase ascensionale: per l'alta finalità umana che le aveva dettate e per la profondità delle idee vigorosamente esposte. Sono, queste, le « Recherches pour servir à l'histoire de la piraterie, avec un précis des moyens propres à l'extirpation des pirates barbareques »(1) dove l'Azuni, indirizzandosi a tutte le potenze marittime europee, si leva - con voce alta che è insieme protesta e rampogna - in difesa della libertà e sicurezza del commercio lasciato in balia dei pirati barbareschi per l'incuria vergognosa dei governatori dell'epoca, difesa che non é soltanto un richiamo all'indifferentismo europeo su le penose condizioni in cui versava allora la Sardegna, continuamente flagellata dalle incursioni barbaresche, di cui Pietro Martini nella sua « Storia delle invasioni barbaresche e arabe in Sardegna » à tracciato con linee sobrie una narrazione palpitante, ma à una grande portata di civiltà, e il «Système universel des armemens en course, et des corsaire sen temps de guerre, suivi d'un prècis des moyens propres à diminuer les dangers propres de la navigation des neutres »(2) con un'appendice che contiene le dichiarazioni diplomatiche fatte nel 1730 e 1800 dalle Potenze del Nord. In quest'opera - che completa e integra la precedente - l'Azuni stabilisce, in termini netti, i confini entro cui devono restringersi i diritti delle nazioni belligeranti e i doveri delle neutrali, sottraendo così - per la prima volta - questo importante ramo del Diritto Pubblico al capriccio di perpetue quanto artificiose disquisizioni di giuristi, non sempre indipendenti e obbiettivi, e riportandolo ai supremi principî del diritto delle genti: e propone - precorrendo anche qui, con meraviglioso intuito i tempi - una convenzione delle Potenze marittime.
Poco dopo, nell'agosto del 1808, gli veniva affidato dal Governo sardo del Re Vittorio Emanuele - da pochi anni restaurato - il modesto incarico di Magistrato del Consolato di Cagliari, e, quindi, nel maggio del 1820, di Presidente della Biblioteca della R. Università di Cagliari. Cariche umili in Confronto di quelle che il sommo giurista aveva con tanto onore coperto sotto l'impero napoleonico: ma così voleva l'angustia d'animo e d'intelletto dei reggitori dell'epoca che posponevano un così eminente ingegno ad altri mediocri o peggio. Ancora una volta l'Azuni raccoglieva in patria amarezze e ingiustizia, per compenso dell'amore grandissimo che Egli per la sua terra natale aveva sempre dimostrato anche in tetra straniera.
Tuttavia, sereno nella coscienza inflessibile del proprio dovere, non si sdegnò per 1'ingiustizia: non piatì, non levò querimonie: compì nobilmente il proprio ufficio. Pubblicava, intanto, l'opuscolo « Della pubblica amministrazione sanitaria in tempo di peste, colle leggi proprie a preservarsi dal suo contagio, ed a facilitarne la cura »(3) e tracciava, l'anno successivo, il programma di un «Giornale scientifico di Sardegna» che però, per diverse vicende, non vide la luce.
Ma ormai la sua fibra era logora: la sua operosità alacre di studioso, che così splendidi frutti aveva dato, era stanca. Nel maggio l825 fu collocato a riposo. Due anni dopo, il 24 gennaio 1827, si spegneva, in Cagliari, il suo grande spirito. Spariva così a 78 anni, questo grande: magnanimo assertore di libertà, precursore dei secoli, dominatore del pensiero, che aveva attinto le più alte vette della gloria, che era stato accolto con plauso in numerose accademie scientifiche e letterarie(4), che era stato lodato da potenti, gloria purissima - la più fulgida gloria - della Sardegna, che la Sardegna ben presto obliava.
I cagliaritani - ingiusti verso Lui in morte come lo erano stati in vita - non gli furono troppo prodighi di onori postumi. La sua salma fu tumulata nel santuario di N. S. di Buonaria, in umile tomba. Ma neppur la tomba doveva dargli riposo: le sue spoglie ne furono tolte e furono buttate in un angolo ignobile, dove per oltre un cinquantennio stettero abbandonate in un oblio vituperoso, ludibrio dei sorci e degli insetti, tra rifiuti e immondizie d'ogni sorta, sotto cataste di luride rigatterie. L'ingratitudine e la grettezza dei vivi così scacciava così Domenico Alberto Azuni dalla Basilica, dove la sua estrema volontà aveva comandato fosse sepolto ai piedi dell'altare della Vergine.(5)
Appena fu concesso che vi restasse murata - presso la porticina laterale destra - l'epigrafe latina che per lui dettò la venerazione di Lodovico Baylle(1).
Scrisse l'Azuni, oltre le opere indicate, un « Appel au gouvernement des vexations exercées par le corsaire français l'Aventurier contre des négocians liguriens » (Genova, 1806), le «Mémoires pour les courtiers de Marseille» (Parigi, 1803), la «Consultation pour les courtiers de commerce près la bourse de Marseille» (Marsiglia, Bertrand, 1803), il «Discours prononcé par M. Azuni en faisant hommage au Corps législatif d'un ouvrage intitulè: Traité du contrat et des lettres de change des billets à l'ordre etc.» par M. Pardessus (Parigi, Marquart, 1810). Condusse a termine anche un'accuratissima traduzione della « Decadenza del sistema delle finanze dell'Inghilterra » di Tommaso Paine. Lasciò, infine, in legato, alla Biblioteca della R. Università di Sassari, tutti i suoi manoscritti(2) e cioè:
1.o Dissertazione sullo stato naturale dell'uomo - Nella Universitaria di Sassari esiste solo la copia in francese che reca il titolo « Dissertation sur l'état naturel de l'homme » e fu tradotta da S. Cocco Solinas.(3)
2.o Dissertazione sui pericoli derivanti dalla libertà della stampa. (« Discours sur les dangers de la liberté de la presse »).
3.o Codice di legislazione marittima per gli stati di S. M. compilato d'ordine Regio l'anno 1791. È un progetto legislativo, intitolato originariamiente « Codice di leggi per la marina mercantile per tutti gli Stati di S. M. Sarda presentato a S. M. Vittorio Amedeo l'anno 1791 ».
4.o Discorso per la pace marittima universale e perpetua. (« Discours sur la possibilité d'établir une paix marittime universelle et perpetuelle »).
5.o Osservazioni sul progetto di un codice di Commercio di terra e di mare pel regno d'Italia.
6.o Discorso per la creazione di un tribunale di prima istanza in Genova. (« Discours prononcé par M. Azuni premier des Presidents de Chambre de la Cour Impérial de la 28 Division en ìnstanllant le tribunal de premiére instance de Gênes le 2 Iuillet 1811 »).
7.o Progetto per la edificazione di un nuovo lazzaretto nel regno di Sardegna compilato per ordine del Governo nel 1817. Altro ms. sul medesimo argomento intitolato « Essai sur un projet d'edification d'un lazzaret en Crimée ».
8.o Considerazioni sugli oziosi vagabondi e mendicanti con gli opportuni progetti per la loro estirpazione dal regno di Sardegna.
9.o Considerazioni sull'arresto personale dei debitori in mala fede.
A questi mss. Vittorio Finzi, in un appendice alla sua pubblicazione dibrani scelti dell'elogio inedito di Domenico Alberto Azuni dettato in latino dal P. Vittorio Angius(4), aggiunge i seguenti altri:
1.o Aggiunte e correzioni incorporate a un esemplare della Storia di Sardegna.
2.o Regolamento per la pubblica sanità continentale.
3.o Progetto di sanità marittima pel regno d'Italia,
4.o Rapport - Analyse du fait: Le Corsaire le Félix de l'île d'Elbe.
5.o Trattato della pubblica amministrazione sanitaria.
6.o Consultazione legale per gli assicuratori del Brigantino francese a « Sainte Anne » predato dagli inglesi nel suo ritorno da Damiata.
7.o Traduzione francese delle opere del napoletano Conte Carli.
Chi curasse la pubblicazione delle principali di queste opere inedite farebbe opera degna di alto plauso. Ma in Sardegna non abbiamo ancora - pur troppo! - l'editore coraggioso e tenace, sopra tutto alieno da spirito di speculazione che alimenti la fiamma del risorgimento spirituale dell'Isola e sappia, e voglia, affrontare imprese di gran lena. Per ciò questi manoscritti giaceranno inediti chi sa per quanti anni ancora.
Da queste opere balza viva e luminosa la personalità singolarissima dell'Azuni, fondatore del Diritto Marittimo Pubblico, precursore di una scienza novissima a cui attinsero e attingono anche giuristi di gran nome.
Ebbe l'Azuni, con l'intelletto poderoso, tenacia inflessibile di volere, fierezza adamantina. Fu così l'espressione purissima del temperamento sardo: diritto e balenante come una lama. Ed ebbe un concetto profondamente umano della sua missione di giustizia e propugnò con fede e con foga ogni opera di bene. Come scrittore, pochi lo uguagliano per semplicità di stile e per lucidezza di esposizione e insieme per profondità di idee. Fu critico lucido e acuto: e fu polemista vigoroso e battagliero. Recava nel dibattito l'ardore delle sue convinzioni e argomentazioni serrate. E fu spesso sferzante: sia che ritorcesse le violenze dell'ispido P. Tommaso Napoli sia che ribattesse con vigore di argomenti e con fine ironia(1) le asserzioni del viaggiatore inglese M. Galt, che in un articolo stampato nel « Monitore Francese »(2) si era espresso in termini poco lusinghieri per la Sardegna.
Fu anche letterato genialissimo. Scriveva in forma agile, senza frasche rettoriche: fissava in tratti rapidi e sicuri il pensiero animatore. Aveva spirito di umanista ed era versato in varie lingue. Conosceva oltre il greco e il latino, il francese, l'inglese, il tedesco e lo spagnuolo. Questo idioma anzi possedeva in modo così perfetto che in esso dettava un inspirato e delicato epitalamio per le nozze del Re Vittorio Amedeo III.
Altri componimenti poetici scrisse in lingua italiana. Fra gli altri, una anacreontica « Alla memoria del Cittadino Silvabella, insigne astronomo » musicata dal celebre compositore marsigliese Lonet, inscritta nel processo verbale « de la Séance pubbliquex du Lycée de Sciences et Arts de Marseille, tenue le 30 Floréal an IX », un sonetto « Per le fauste nozze del signor Alessandro Pataille colla damigella Giulia Delon », un altro pubblicato nella raccolta poetica per le nozze della damigella Montehoisy con Francesco Saverio Ioliclerc (Genova 1806), un sonetto e un poemetto a Gavino Paliaccio, e infine un sonetto anacreontico « Per le fauste nozze dell'amabile Signora Teresa Alari Cappalati ».
Non sono liriche di grande importanza e di largo respiro: anzi l'ultimo dei componimenti indicati ricalca - con Cupido, Egle e Fileno - le fiorite vie dell'Arcadia. Ma fanno fede della versatilità del suo ingegno e delle sue ottime attitudini poetiche, già per tempo manifestatesi fin da quando - studente con Gio Maria Angioi all'Università di Sassari - amava con trasporto giovanile le Muse, che gl'inspiravano tenere se pur dimesse strofe metastasiane.(3)
Tale la figura e l'opera di Domenico Alberto Azuni.
Il Grande Sardo - che si ricongiunge per vigoria di pensiero e per sentimento di universalità umana con Giandomenico Romagnosi, per l' Assunto prima del diritto naturale, con Gaetano Filangieri per la Morale dei principî fondata su la natura e l'ordine sociale e con Antonio Genovesi, per il Ragionamento del commercio in universale, superando i confini rigidamente particolaristi a cui in prevalenza s'improntavano le dottrine giuridiche dell'epoca e assurgendo alla concezione speculativa universale e spirituale di G. G. Rousseau - emerge in una luce di gloria imperitura. Spirito alieno da ogni astrattismo metafisico, impresse indirizzo positivo alla scienza del giure marittimo, fino a Lui involuto e ambiguo. È una vera e propria opera di difesa sociale, la sua, che imprime, tra lo scorcio del secolo XVIII e l'inizio del XIX, un'orma profonda. Ben a ragione, nel necrologio che a Lui dedicava, la « Biblioteca Italiana »(4) lo definiva « uno dei più illustri scienziati d'Italia: uomo di singolare ingegno indefesso nello studio ben anche tra le più difficili e laboriose incombenze... ». Ben a ragione Vittorio Angius nel suo elogio in lingua latina per l'Azuni dettò: « dicam enim Dominicum Albertum Azunium instaurasse et amplificasse decus nostrae patriae et litteratturae ceteris felicius quos ad hanc aetatem in lucem edidit civitas haec praeclarissima »(5).
Questo parte del popolo di Sardegna - la più gran parte - non sa. E intanto le spoglie mortali del Grande Giurista giacciono nel più obbrobrioso abbandono, racchiuse in una ruvida cassa mal connessa, relegata come cosa ingombrante in un ripostiglio di sacristia su due piuoli protesi da una parete squallida: povere spoglie mortali, a cui il malvolere o l'ignoranza o l'incuria dei vivi contese perfino l'estrema pietà funebre, ma che sprigionano fulgore di gloria così vivo da abbagliare anche i più torpidi spiriti.
Or dunque - per il buon nome della Sardegna, per la nostra civiltà e per il nostro decoro - togliamo all'oblio e alla vergogna, che è vergogna nostra cocente, queste spoglie gloriose: eleviamo a questo Sardo immortale il monumento della nostra gratitudine e del nostro ricordo. Facciamo che la volontà estrema di D. A. Azuni sia rispettata: e le sue spoglie ritornino con onore alla tomba da cui furono indegnamente espulse e su la tomba sorga - per volere e per contributo di tutta Sardegna - un marmo nobile e puro, di linee semplici e armoniose: e a questo marmo, in pio pellegrinaggio, come a un'ara sacra da cui si traggano gli auspici della Sardegna nova, salga ogni anno devotamente il popolo di Sardegna.
Sarà così cancellata l'onta ignobile: e Cagliari non si renderà indegna di custodire le sacre spoglie che pur contese, risolutamente, alle ripetute richieste di Sassari(1). « Cagliari - come scrisse Enrico Costa - deve andar superba di custodirne la tomba », perché l'opera e il nome dell'Azuni bastano da soli a onorare tutto un secolo e tutta una Nazione. Sia venerato, dunque, D. A. Azuni come un nume tutelare.
Bene disse Giuseppe Palomba, il commemoratore dell'Azuni, nel discorso all'Accademia tenutasi il 26 marzo 1876 nel Teatro Civico di Cagliari in onore degli Illustri Sardi: « ... non merita nome di popolo civile quello che con le forme le più solenni non porta onorevole ricordanza agli uomini suoi più insigni ». Ma non altrettanto bene disse quando soggiungeva: « Or questo giusto tributo la nostra patria lo ha reso già ad uno dei più illustri suoi figli, al grande Domenico Alberto Azuni, la di cui maestosa figura basterebbe sola a dare splendore all'Isola nostra... ». Parole, queste ultime, che sembrano un'irrisione!
Noi leviamo la nostra protesta ardente davanti a così triste vergogna, a così atroce sacrilegio. Sia, questa protesta, monito pei neghittosi: sia scossa alfine l'ignavia colpevole: sia restituita la pace della tomba a Domenico Alberto Azuni!
Ò ancora nello spirito la commozione che mi pervase in un dolce sereno pomeriggio dello scorso aprile tutto riso di azzurro e di sole, tutto fremito di marine armoniose che si spiegavano lungo la spiaggia fino al Capo di S. Elia, nell'incantesimo del nostro golfo, quando mi recai al santuario di Buonaria, per constatare il sacrilegio che pagine ignorate avevano rivelato. Ricordo. Nella quiete solenne della navata pareva si addensasse un mistero formidabile: nella penombra si accresceva l'austero senso di religiosità del luogo e dell'ora: e il silenzio arcano pareva si dilatasse popolato di fantasmi mistici. Un lieve aroma di incenso svaniva tra fragranze di rose - le prime donate dall'aprile - e in quella penombra, in quella pace altissima, pareva si staccasse da ogni angolo del santuario un volo di bianche ali d'angelo librate a Dio. Era possibile tanto sacrilegio tra così pio raccoglimento? Era possibile così nefanda profanazione consumata per tutto un mezzo secolo? Non profanava, il sacrilegio della tomba violata di D. A. Azuni, quell'asilo di quiete e di devozione?
Or bene, facciamo che questo senso increscioso di pena e questa consapevolezza della vergogna incombente non offenda lo spirito di chi - con intelletto d'amore e con sentimento di venerazione per le nostre glorie più pure - entra nel santuario di Buonaria per inchinarsi alla tomba del nostro Grande. Facciamo che la salma di D. A. Azuni sia collocata nella sua tomba e, tumulata con onore, riconsacri l'altare contaminato.
Il mare - quel giorno - sussurrerà più armonioso davanti al dolce colle vigilato dai cipressi severi, palpitando nella luminosa sua purezza, e manderà alla tomba riconsacrata il respiro perenne delle sue onde che scandiscono con ritmo profondo il tempo: e come un saluto le sue salmastre fragranze di alghe penetreranno per le bifore snelle fino al Grande che per il mare compì opera gloriosa di civiltà e di umanità.
Filiberto Farci

 

 

 

 
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