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ENRICO COSTA


Ultimi giorni di Gaetano Donizetti
Enrico Costa
ALLA CITTA' DI BERGAMO
In occasione del trasporto degli avanzi dell'Illustre Maestro alla Basilica di S. Maria Maggiore, il 12 settembre 1875

Ben la ravviso! - è questa:
Questa è l'Urna che accoglie
La polvere d'un Grande! - Oh, te beata,
O terra fortunata,
Che in sen racchiudi si preziose spoglie!
In bruno ammanto e mesta
Oggi qui piange e qui si prostra l'Arte
Primogenita figlia
Dell'Universo - ed oggi, riverente,
Qui, di duol, di pietà, di meraviglia
È compresa ogni mente!

Salve, salve, o fecondo
Genio immortal che con sublimi note
Scruti del cor le vie!
Io ti saluto, o trovator profondo
Di sacre e di profane melodie!
Ma, se benigno il Ciel nella tua mente
La sacra fiamma accese
Che ti fe' Grande ed immortal ti rese,
Ben ti fu cruda e avversa
La fral natura!... ed ella alfin ti vinse....
Il lampo del tuo genio,
Oimè, per sempre la ragion t'estinse!...
E fosti tolto alle ospitali sponde
Della Senna, ove tu, sovrani onori,
plausi t'avesti e allori;
E salutasti ancor la benedetta
Povera tua casetta,
colà, dove sei nato.
Ma in qual misero stato
T'accolsero quel dì le care mura
Dell'altera città, che, ai gelsi in grembo,
posa tra il Serio e il Brembo
in delicata altura!
Fu un triste giorno, un giorno di sventura
Il dì del tuo ritorno!

I.

Mi par vederlo! - Il sol lento e sereno
Scende dai monti, e un tenero saluto
Manda all'amica terra
Che piange al triste annunzio e si scolora....
Tace ogni cosa - è l'ora
Che a noi più stringe il core:
L'ora solenne in cui la nostra mente
Scorda i brevi tripudii
Per richiamare i giorni del dolore.
Eccolo - è desso. Mesto, taciturno
E con le braccia al petto,
Ei lentamente al suo veron s'appressa:
Ed il perché non sa! - Pallido ha il volto,
Ma sereno l'aspetto.
Brev'istanti egli sta così raccolto,
Poi solleva la fronte
E avidamente le pupille affissa
In quel cielo, in quel sole ed in quel monte.
Dolce è la sua sembianza:
Diresti che un ricordo, una speranza
Attraversi la mente
Del povero demente.
Oh, deh, pietoso Cielo,
Squarcia tu almen quel tenebroso velo
Che offusca il suo intelletto!
Riaccendi nel suo petto
Gli estri del canto, ed alla sua pupilla
Ridona, anco una volta,
Quella sacra scintilla
Che l'animava un dì, quand'ei potea
Per recondite vie
Rapir le melodie
Che si celano arcane nel creato!
Quel bel campo smaltato
Di bianchi fior, quel sol, quell'orizzonte
Gli destano nel core
Un palpito di gioia e di dolore:
Ed il perché non sa!... lo chiede invano!
Come in sogno lontano
All'inerte memoria fan ritorno
Giorni d'amor, di gloria e di sventura,
Ma son pallide immagini fugaci,
Brevi sogni mendaci
Che ratti si dileguano
Nelle tenebre eterne del pensiero. -
Pur non è menzognero
Il palpito gentil che lo ha turbato.
Quei luoghi a lui son noti ! egli ha veduto
Altra volta quel cielo - egli ha provato
Altra volta quell'ansie
E quel febbrile incanto
Che in cor gli accese i primi estri del canto!
Ma dove, dove mai vide l'azzurro
Di quel limpido ciel? Dov'egli mai
Quell'incanto provò? Perché quell'ora
Con voluttuoso fascino
Così favella all'anima
Dell'infelice?... Non lo sa... l'ignora!
Oh ciel pietoso, deh ridona all'egro
Mesto cantor di Bergamo
Un raggio di tua luce !... E tu rispondi,
Rispondi a me una volta,
O DONIZETTI, e, se lo puoi m'ascolta!
" - Non ravvisi più dunque la natura
Che or piange a te d'intorno?
Tu sei qui, fra le mura
Della natia casetta. È questa l'aura
Che respirasti un giorno:
Fra queste amiche piante
Tu corresti fanciullo, e l'ansie tutte
Provasti di quel santo
Ardor sublime che ti fe' poeta.
" Io non t'inganno, credi!
Tu non sei più fra una gente straniera.
Guarda intorno.... Non vedi?
Qui ti sorride eterna primavera;
Questo è cielo italiano,
Questi sono i tuoi campi, e quest'accento
L'udisti un giorno dal materno labbro
A canto alla tua culla;
Qui ti parlò d'amor la prima volta
Una cara fanciulla - e nella dolce
Calma di questi colli,
Al ciel rapisti quella melodia
Che, volando per l'etra,
Immortalò la tua splendida cetra. -
"Il delirio di LINDA e di LUCIA;
Il gagliardo ed altero
Patrio amor di FALIERO;
E il pianto di TOQUARTO; ed il pietoso
Santo materno affetto,
Ch'anco i delitti all'empia
Figlia dei BORGIA perdonar facea;
E la fiamma che in petto
Nutrì per GEMMA il tuo feroce moro;
E il pentimento de la bella rea
FAVORITA del Re, tu concepisti
Coi divini concenti
La prima volta qui... Non lo rammenti?" -

O ciel pietoso, deh, ridona all'egro
Mesto cantor di Bergamo
Un raggio di tua luce! egli è un demente.
Ahi sorte troppo dura!
Sempre al Genio compagna
Vuoi dunque la sventura?
Povero DONIZETTI! la sua mente
È confusa, sconvolta.....
Egli sorride, sì... ma non m'ascolta!

II.

Volarono sei lune. È giunta a sera
Fra i bei giorni d'aprile una giornata,
Ed un'aura leggera,
Tepida e profumata,
Mormora tra le frondi
Dei platani e degli olmi - Una soave
Quiete regna intorno - e la natura
Placida si riposa
In seno ad una notte silenziosa.
Sol Donizetti veglia
A canto al suo verone; e mentre ei volge
La spenta sua pupilla all'orizzonte,
Un'armonia lontana,
Indistinta ed arcana,
Rompe il silenzio di quell'ombre, e vola
Come un dolce lamento
Sovra l'ali del vento.
O incanto, o meraviglia!
Schiude il labbro quel grande, e le sue ciglia
S'inarcano a stupore;
Ei, per la prima volta,
Tende l'orecchio avidamente... E ascolta.
È un dolce suono - è la mesta canzone
D'un giovinetto che ritorna stanco,
Per un'alpestre via,
Alle materne valli, e a la natia
Povera sua capanna. Egli conduce,
Al suon della gironda,
Una bella fanciulla a cui fu tolto
Il ben dell'intelletto. In quell'accordo
V'ha una cara speranza - è un pio saluto
Alle bianche montagne ed alle valli
Di Chamouny. Quella canzone è mesta:
Mesta come quell'ora!
Tace per poco e par che si dilegui
Quel misterioso canto,
Ma poi, più triste ancora,
Ripete i cari accordi un'altra volta...
O meraviglia, o incanto!
Parla il Creato - e Donizetti ascolta!
È un suon di pianto: un flebile sospiro
Di donna innamorata - è l'infelice
Figlia di Lammermor che fugge l'ara
E le nozze aborrite:
È una vergine cara
Che di Lucia risponde al dolce nome.
Bianco vestita e sparse al sen le chiome
Solitaria s'aggira
Sospirando d'amor... Povera pazza!
Ella sogna e delira - e nel tumulto
Degli smarriti sensi
Vede fumar gl'incensi,
Vede il Ministro, e cerca con lo sguardo
Il suo diletto Edgardo.

Da un'arcana virtù trasfigurato
Balza in piè Donizetti. Un improvviso
Raggio gli splende in viso; alta ha la fronte,
Maestoso l'aspetto;
E volgendo uno sguardo all'orizzonte
Manda un sol grido - un grido
Ch'echeggia nel profondo
Delle tacite valli, e che, volando
Dall'uno all'altro lido,
Desta l'intero mondo: -
" - Gran Dio ! quest'è la luce
" Che torna al mio pensier! - sì, ti ravviso
" O mia terra natia !
" Sì, nel mio cor ti sento
" O flebile lamento
" Della mia Linda e della mia Lucia!!!

Fu l'ultima scintilla
D'una lampa che muor! Lontan, lontano,
Per l'ombre della notte, lentamente
Si morìan quegli accordi,
E con essi morìan nella grande Mente
Le immagini e i ricordi
Dell'Arte, della Gloria, e d'ogni affetto...
Ma... che fa Donizetti? - Ahi poveretto!
Ei non dispera ancor! - corre, furente,
Al suo negletto cembalo,
E tenta, tenta invano
Con tarda, incerta mano,
Di richiamar le misteriose note
Che ritornano al Cielo.
Ma si ferma quel povero infelice,
E tentennando il capo, mestamente
Manda un sospiro, e dice:
" - Ohimè!... per quella vôlta nera nera
" Fuggì la melodia!...
" Io l'ho perduta! - il vento della sera
" Me l'ha portata via! - "
E, come fior che per notturno gelo
Si piega in sullo stelo,
Il capo ei declinò - pose l'ardente
Fronte sui freddi e mobili
Avorî, a cui solea pur egli un giorno
Gli estri affidar... Ma è muta or quella mente,
Muti quei tasti, e muta a lui d'intorno
Ogni creata cosa...
Ah, tacete, o profani...
È stanco Donizetti... Ei si riposa!

 
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