Se fino alla fine degli anni Trenta le modificazione urbane e territoriali seguono ritmi tutto sommato prevedibili e in qualche modo governabili, a partire dall’immediato dopoguerra si determina al contrario una straordinaria e non prevista accelerazione dei movimenti della popolazione fra le diverse parti della Sardegna e verso l’esterno: un vero e proprio "terremoto" demografico ed abitativo.
Intere zone subiscono erosioni profonde del proprio patrimonio sociale, con rottura dei precedenti impianti insediativi e cadute demografiche che mettono in una crisi di struttura l’intero sistema regionale. Siamo di fronte a quella che oramai non può non essere definita come una "catastrofe sociale", di dimensioni per certi versi simili a quella che attraversò la Sardegna in periodo medievale e che portò alla scomparsa di centinaia di villaggi e di centri urbani. a partire dal 1948/1950 (e in modo sempre più intenso negli anni successivi) il sistema insediativo della Sardegna viene scosso da una "nuova pestilenza": emigrazione interna e verso l’esterno, ricerca di lavoro e di nuove condizioni sociali, forte attrazione da parte delle realtà urbane, crisi dello statico sistema economico delle aree interne ad economia agropastorale, crisi dell’identità territoriale e ricerca di nuovi modelli di vita sociale portano ad uno straordinario fenomeno di abbandono di intere zone dell’isola, con centinaia di paesi che vedono ridurre in poco tempo la propria popolazione e modificare in negativo la propria funzione sociale ed economica.






