C’è un ulteriore elemento che pone in evidenza una peculiarità della Sardegna rispetto alle altre regioni: la modesta presenza di residenza nel territorio agricolo e la accentuata tendenza della popolazione a risiedere nei centri urbani, con un "coefficiente di agglomerazione" superiore al 90%, che in relazione a questo aspetto la colloca al primo posto fra le regioni italiane, insieme alla Puglia . Una popolazione alquanto modesta e concentrata nei villaggi e nelle città: questo è il quadro demografico che sta alla base, ancora oggi, di un paesaggio che rappresenta un territorio a bassa densità di popolazione.
La "gerarchia urbana" che scaturisce dal censimento del 1901 vede una sostanziale conferma della situazione del 1861: salgono di rango urbano comuni come Iglesias, La Maddalena, Carloforte, Ittiri, Porto Torres, Arbus e Olbia, mentre perdono posizioni centri come Bosa, Bonorva, Bortigali, Villacidro, Santulussurgiu, Terralba e Cabras, primi segnali di un futuro dinamismo di indebolimento della parti interne della Sardegna a favore delle aree esterne ed urbane. Le successive modificazioni economiche ed insediative che si realizzano a partire dagli inizi del Novecento producono i primi consistenti segni del nuovo sistema residenziale della Sardegna: inizia in questo periodo una tendenza che evolverà poi verso le trasformazioni profonde di questi ultimi cinquant’anni, superando definitivamente lo schema insediativo che, senza grandi discontinuità rispetto al periodo medioevale, si era consolidato nell’Ottocento. La presenza di nuove grandi iniziative industriali (come nel Sulcis) e delle bonifiche idrauliche di zone paludose e malsane, insieme alla capacità di attrazione delle aree urbane, segnano le trasformazioni dell’insediamento, unitariamente ad una prima fase di abbandono delle aree interne e montane.






