Sergio Atzeni (1952-1995) con L'apologo del giudice bandito (1986), costruisce, nel contesto della Sardegna del Quattrocento, un racconto breve, incentrato su personaggi estrosi e spagnoleschi che catturano l'attenzione del lettore.
Questi personaggi appartengono sostanzialmente a tre categorie, quelli proni alle ingiunzioni del potere di turno, i locos, e quelli d'ingegno, fautori di indipendenza, ma pochi e banditi. Lo sfondo è una Sardegna segnata dalla malaria, dalla carestia, dalla fame e dalle cavallette, in un'epoca che l'autore fissa nel 1492, anno della scoperta dell'America e dell'inizio dell'età moderna, ma che serve a significare l'assoluta mancanza di cambiamento e quindi di modernità.
Un'allegoria della storia dell'isola come storia di una nazione mancata per l'assenza di una diffusa coscienza della propria unità e che si rifugia più che in alto, sulla montagna, nel profondo della terra, nei pozzi, nelle gallerie di miniere da utilizzare e sfruttare.
Da queste profondità geografiche e dell'inconscio, dove si gioca la partita della riscossa, non possono che giungere se non segnali di bardane. La struttura narrativa si avvale di invenzioni sagaci e moderne, sa tagliare la dimensione dell'episodio e sfoltire la pagina disegnando in maniera plastica i personaggi, ricorrendo anche al materiale povero delle immagini di un universo antropologico di mera sussistenza. La lingua, inoltre, mescola con abilità termini spagnoli e termini sardi popolari.






