I romanzi che
Bachisio Zizi (1925) ha scritto dal 1968 a oggi alludono spesso metonimicamente, anche nei titoli, a luoghi aspri e duri: Il filo della pietra (1972), Il ponte di Marreri (1981), e, dopo l'approccio sociologico degli inizi con Marco e il banditismo (1968), con uno spostamento metaforico, rinviano al rapporto ossimorico mansuetudine-rabbia di Greggi d'ira (1978), fino a giungere, penetrando nel vortice della memoria, al mito emblema di Erthole (1984).I romanzi appaiono come variazioni e articolazioni di uno stesso tema, di una Erlebnis che li codifica secondo procedimenti e regole narrative proprie di una scrittura di impianto realistico e di una lingua letteraria perennemente oscillante tra il tono lirico alto e l'andamento prosastico aperto a inflessioni e a procedimenti sintattici regionali.
Con Erthole Zizi abbandona la scelta restauratrice del racconto di impianto naturalistico che mimava la realtà e faceva dell'autore un narratore onnisciente, depositario di una verità che non andava cercata ma solo dimostrata, o, se si vuole denunciata. L'io narrante ritorna dopo varie esperienze al suo paese d'origine, Orune, nelle zone interne della Barbagia e cerca di comprendere le ragioni del male, oscuro, endemico che travaglia questa comunità.
Il personaggio che dice io, in maniera non diversa da quello del successivo romanzo, Santi di creta (1987) si interroga ancora sull'immagine e sull'avvenire della società nuorese e della Sardegna interna, ma ormai senza certezze e, semmai, avanzando ipotesi che con quella realtà immutabile e circolare tentano di fare decisamente i conti.






