Ancora in questo periodo occorre inquadrare l'opera narrativa Le pietre bianche, in cui Pietrino Marras (Bono 1925-1979) racconta la sua prima esperienza di insegnante degli adulti in una sperduta frazione dei salti di Alà dei Sardi. L'autore riesce a restituire intera la suggestione di una società che resiste al tentativo di osservazione da parte di una cultura esterna e si rivela, invece, pienamente a chi mostra di volerla osservare dall'interno con animo partecipe. A questo maestro, cacciatore e poeta in lingua sarda, la comunità rivela il prodigio di un sapere atavico che realizza una forma di sopravvivenza primordiale, che disprezza l'acculturazione e in armonia con una natura pure aspra, produce uomini consapevoli e straordinariamente uniti da legami di solidarietà.
Il fascino del primitivo arricchisce la suggestione delle pagine che descrivono l'ambiente e i personaggi. Marras continua sulla scia del Diario di una maestrina (1957) di Maria Giacobbe (1928) e di Le bacchette di Lula (1969) di Albino Bernardini, il racconto del confronto tra il superficiale sapere dell'acculturazione e il più suggestivo sapere, quello profondamente vissuto dalla comunità osservata, che si esprime nei modi primitivi della iniziazione della scuola impropria.