Negli anni Sessanta la tendenza inaugurata da Cambosu e dalla Giacobbe si afferma a opera una generazione di giovani autori che danno luogo a un indirizzo i cui esiti arrivano fino ai giorni nostri, sia pure filtrati dalle esperienze del successivo ventennio. Da citare:
- Sonetaula (1960) di Giuseppe Fiori, che dal nuovo è appena sfiorato, e piuttosto spinge l’attenzione del lettore verso un mondo antico e al tramonto;
- Un Dodge a fari spenti (1962) di Salvatore Mannuzzu che si firma con lo pseudonimo di Giuseppe Zuri;
- Quelli dalle labbra bianche (1962) di Francesco Masala;
- I figli di Pietro Paolo (1967) e Il riscatto (1969) di Antonio Cossu;
- L’aurora è lontana (1968) di Michele Columbu;
- Zio Mundeddu (1968) di Antonio Puddu.
- Un Dodge a fari spenti (1962) di Salvatore Mannuzzu che si firma con lo pseudonimo di Giuseppe Zuri;
Queste opere, tra loro assai diverse, nel complesso riescono tuttavia a dare il senso del grande cambiamento intervenuto, nel mondo sardo, e nella sua letteratura.
Una citazione a parte merita il romanzo Squarciò (1956) di Franco Solinas che offre una rappresentazione atipica della Sardegna e dei suoi problemi: non meno coinvolta, tuttavia, con le fondamentali questioni attorno alle quali hanno lavorato tanti autori isolani.
Solinas sposta l’attenzione dalle montagne alle coste, dagli ambiti pastorali più noti a un inedito ambiente marinaresco, da moduli narrativi ben collaudati verso un’asciuttezza stilistica e tagli del racconto che preludono alla scrittura per il cinema, suo più autentico campo d’azione.






