Negli anni Cinquanta vecchio e nuovo coesistono:
- Francesco Zedda pubblica C’è un’isola antica (1953), che fin dal titolo annuncia lo scenario di riferimento, con quell’antico di cui si continua ad andare orgogliosi e che viene ancora interpretato con lo spirito della tradizione letteraria, sia pure introducendo un modo di trattare la storia che, questa volta, ignora la verità dei documenti e preferisce l’invenzione alla quale si consegna la volontà di risarcimento
- Paride Rombi con Perdu (1953) che riprende un modulo deleddiano, sia pure con una storia ambientata in una regione isolana diversa dalla fiera Barbagia.
Scrittore di indubbio rilievo culturale e letterario, Zedda si è formato a Cagliari e poi nella Milano del primo dopoguerra, nel contesto di quelle esperienze artistiche e nella quasi quotidiana frequentazione di Quasimodo, di Montale, di Aligi Sassu e Achille Funi. Zedda ha la fantasia e gli strumenti del grande narratore, cioè l'arte di costruire la complessa macchina narrativa del romanzo e di dominarla in tutte le sue parti. Il suo narrare epico, intriso e quasi impastato di umori sociali, storici, psicologici, è costruito con grande sapienza letteraria sui modelli narrativi della grande tradizione italiana e straniera, da Manzoni a Bacchelli, da Tolstoj a Stendhal. Tuttavia mai Zedda si allontana dal suo automodello sardo che ricorre in tutti i suoi romanzi, con la sola eccezione dell'ultimo, Sinfonia aurea (1987).






