Nel 1965 viene pubblicata l'antologia Narratori di Sardegna in cui Giuseppe Dessì e Nicola Tanda tentano una prima sistemazione critica della tradizione letteraria sarda.
In essa veniva posto in primo piano il problema del bilinguismo della società sarda, nel tentativo di comprendere le ragioni della scarsa incidenza della letteratura prodotta in Sardegna in italiano, nel sistema della letteratura nazionale. Le ragioni venivano individuate nelle difficoltà che gli scrittori incontravano nel trasferire il proprio vissuto, che si era costituito in lingua sarda, vera matrice della propria lingua poetica, in una lingua, sostanzialmente estranea, molto spesso appresa in maniera scolastica e libresca. Era possibile, del resto, individuare nella loro prosa la difficoltà di impiegare, con equilibrio, i vari registri linguistici. Questa discrasia limitò molto gli scrittori e sollecitò i critici a una più precisa presa di coscienza teorica sul significato e il valore della letteratura in lingua sarda.
Furono soprattutto i premi letterari, e più di ogni altro il Premio Ozieri, a creare una possibilità di effettivo interscambio tra le esperienze letterarie nelle due lingue. L'antologia di Tanda e Dessì, concepita nell'ambito di una collana che si proponeva di rendere conto delle diverse realtà letterarie regionali, prendeva l'avvio dagli scrittori di fine Ottocento e dei primi del Novecento e trovava il punto cardine di una storiografia letteraria regionale nella Deledda e i suoi canoni nelle opere di Lussu, di Gramsci, di Dessì e di Cambosu.
Venivano quindi registrate le esperienze del primo dopoguerra, quelle di Franco Solinas, Francesco Masala, Maria Giacobbe, Giuseppe Fiori, Paride Rombi, Giuseppe Zuri (pseudonimo di Salvatore Mannuzzu). Prove narrative che sono da collocare, come è stato accennato, nell'ambito di pertinenza dei codici narrativi del romanzo neorealista, un modo di narrare che voleva essere vicino ai processi del reale e si avvaleva di moduli neoverghiani nella supposizione che le vicende quasi potessero narrarsi da sole. Tra questi, solo la Giacobbe e Mannuzzu hanno continuato a scrivere opere esclusivamente narrative. Successive, e solo in parte ascrivibili a queste, sono le esperienze di Antonio Cossu, di Antonio Puddu, di Francesco Zedda e Michele Columbu, e, in parte di Nunzio Cossu e di Pietrino Marras.






