La straordinaria diffusione dell’opera della Deledda aveva favorito, in qualche modo, la nascita di una generazione postdeleddiana, formata da quegli scrittori che sentirono il bisogno di rompere con la maniera della scrittrice nuorese.
Occorre dire che il loro tentativo riguardò per lo più gli aspetti contenutistici, assai meno le forme espressive e, in particolare, le scelte linguistiche.
Rispetto alla Deledda che, a loro giudizio, aveva evocato una Sardegna statica, bloccata in un assetto sociale arcaico, costoro sentirono l’esigenza di descrivere una terra in movimento, capace di superare i vincoli dai quali era stata segnata un’intera vicenda storica.
Più che di un progetto narrativo si trattava di un’aspirazione ideale e politica che solo in casi circoscritti ha dato luogo a prodotti narrativi apprezzabili.
La esprimono, nella differenza delle qualità intrinseche, i romanzi e i racconti di
- Pietro Casu (1878-1954),
- Giovanni Antonio Mura (1879-1943),
- Filiberto Farci
(1882-1965),- Romolo Riccardo Lecis
(1899-1962),- Lino Masala
Lobina (1901-1965).
Intento comune sembra essere quello di superare il quadro antropologico della Sardegna proposto nei romanzi deleddiani: le radicate inimicizie, causa prima dell’immobilità sarda, vengono meno, i valori tradizionali sono sottoposti a revisione (ma anche acriticamente esaltati), si afferma una prospettiva di crescita politica e culturale in linea con la temperie dalla quale, negli anni Venti, nasceva il Partito Sardo d’Azione.
La ‘rivoluzione antideleddiana’ sostanzialmente fallisce sotto il profilo linguistico; i modelli canonici resi celebri dalla Deledda vengono per lo più ripresi. Si nota semmai una ridondanza e una ricercatezza lessicale che cozzano con le situazioni umane caparbiamente poste al centro dell’azione narrativa.






