Negli anni successivi, la sua opposizione al fascismo, l'esilio patito a Lipari dove conobbe Carlo Rosselli, la fuga a Parigi, la partecipazione alla resistenza francese, l'attività politica nel movimento di "Giustizia e Libertà" (di cui fu fondatore), quindi il rientro in Italia, l'incarico ministeriale nei primi governi e la carriera parlamentare da senatore, furono tutti elementi che arricchirono straordianriamente la sua esperienza culturale e politica, e che accrebbero notevolmente il suo prestigio.
Tra le sue opere ve ne sono alcune altamente istruttive dal punto di vista politico (La Catena, 1929; Marcia su Roma e dintorni, 1933), altre che lo sono anche dal punto di vista letterario e morale. È questo il caso di Un anno sull'altipiano, 1938, grande e mirabile denuncia di quel "macello permanente" che è ogni guerra. È del 1967 Il cinghiale del diavolo, racconto sulla caccia che diviene pretesto per riepilogare le radici antropologiche dell'autore che, in quanto avvertite come autentiche, sono rievocate posivamente e ottimisticamente.
Con le sue opere, e in particolare con Un anno sull’altipiano e con Il cinghiale del diavolo formula la proposta della rappresentazione di una identità non ostentata ma implicita e necessaria, tale da costituire non un limite ma un autentico motore per la narrazione.
La Sardegna è alla base dell’esperienza e della riflessione storica e politica.
La figura di Emilio Lussu, mitico comandante militare, dirigente politico sardista, capo riconos ciuto e amato dal le genti sarde ha, d’altra parte, esercitato un ruolo determinante nella formazione di una vera e propria visione del mondo, nella costruzione della fisionomia identitaria della Sardegna fra le due guerre.
Ancorché dichiarasse quasi con sdegno di non appartenere "alla Repubblica delle Lettere", di fatto Lussu, ha interpretato il ruolo di vate con il suo messaggio politico e per la potente suggestione dei suoi racconti.






