La poesia della fine dell'Ottocento e dei primi del Novecento è contrassegnata, nel bene e nel male, dall'opera di Sebastiano Satta (1867-1914).
Figlio di un avvocato, si laureò in giurisprudenza a Sassari ed esercitò l'attività forense a Nuoro, sua città natale. Durante il servizio militare, svolto a Bologna nel 1897-98, entrò in contatto con la poesia del Carducci da cui fu fortemente influenzato.
I primi versi vedono la luce nell'ambito delle pubblicazioni del circuito sassarese a cui era legato (Nella terra dei nuraghes. Versi di Sebastiano Satta, Pompeo Calvia e Luigi Falchi, Sassari, Dessì, 1893; Versi ribelli, Sassari , Gallizzi, 1893; Primo maggio, Sassari,Gallizzi, 1896). Le sue raccolte più importanti sono: Canti barbaricini, 1° ediz. La vita letteraria, Roma 1910 (con copertina di Francesco Ciusa), 2° ediz. Cagliari, Il Nuraghe, 1923. Canti del salto e della tanca, ediz. Postuma, Cagliari, Il Nuraghe, 1923. Fu socialista e, per certi versi, vate del mondo pastorale nuorese che, quando morì, gli rese un tributo notevole di affetto e di stima.
Coltiva un ideale poetico che stilisticamente si rifà tradizione classica e che interpreta un mondo di sentimenti popolari e drammatici legati alla tradizione sarda, alla denuncia dei mali sociali, alla speranza di riscatto.






