Il modello narrativo della Deledda, che in un primo momento era apparso agli scrittori sardi, suoi contemporanei, congeniale, in realtà era difficilmente imitabile e ripetibile. In principio, nei suoi scritti, la distanza tra la sua cultura osservante e il mondo tradizionale sardo, in quanto cultura osservata, era minima giacché ella era largamente partecipe di quel mondo.
Il punto di vista culturale che utilizza in questa prima fase le è fornito dal folklorismo evasivo e mistificatorio di fine Ottocento, che la induce a produrre un'immagine della Sardegna arcaica e barbarica (quale in realtà era), ma compatibile col clima nazionale unitario e centralistico, tanto sotto il profilo politico-amministrativo, quanto sotto quello morale e estetico (si pensi a Tradizioni popolari di Nuoro, o ai Racconti sardi pubblicati nel 1894 dall'editore Dessì nella collana diretta da Enrico Costa e Luigi Falchi).
Oltre queste, le opere del suo apprendistato sono: Nell'azzurro (1890), Stella d'oriente (1891), Amore regale (1891), Fior di Sardegna (1892), Anime oneste (1895), La via del male (1896), testo con il quale la Deledda si allontana per la prima volta dalle romanticherie per ingenui e ovattati pubblici femminili, Il tesoro (1897), L'ospite (1897), Paesaggi sardi (1896), prima e unica raccolta di versi. Anche in questa fase, però, la Deledda non appare, come a lungo si è detto, un'ingenua fanciulla dotata di un forte fiuto per le mode letterarie, straordinariamente abile nell'istituire rapporti con le case editrici e con gli scrittori affermati, e che soddisfa le richieste di letteratura esotizzante esasperando o enfatizzando tradizioni e modi di vivere della società sarda.






