Grazia Deledda si era dichiarata "discepola" di Enrico Costa. Solo di recente questa affermazione è stata considerata nel giusto valore, e si è cominciato a tenere nel giusto conto il peso della tradizione letteraria sarda nel percorso formativo della scrittrice.
Nata a Nuoro da famiglia agiata, mostra fin da piccola un grande amore per le lettere. Provvede da sola alla propria formazione culturale, dedicandosi alla lettura degli autori più disparati, da Enrico Costa fino ai grandi autori stranieri.
Nel 1892 inizia a collaborare con la Rivista di tradizioni popolari italiane diretta da Francesco de Gubernatis, mentre le sue prime opere ambientate in Sardegna vengono pubblicate su giornali e riviste, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica.
Dopo il matrimonio con Palmiro Madesani, si trasferisce a Roma. È il periodo in cui scrive, tra gli altri: Elias Portolu (1903), Cenere (1904), L'edera (1906), Canne al vento (1913), Marianna Sirca (1915), La madre (1920).
Nel 1926 ottiene il Premio Nobel per la letteratura. Nei dieci anni successivi continua a scrivere, finché si ammala gravemente. Muore a Roma nel 1936. L’anno successivo è pubblicato il romanzo autobiografico Cosima.






