Fanno eccezione, rispetto a queste dinamiche di integrazione e legittimazione, i gesuiti del XVI secolo. Con una serie di missioni nei piccoli villaggi dell’interno inaugurarono un’opera di rievangelizzazione e di acculturazione che, per un brevissimo periodo - fino a quando non venne vietato dal re - prevedette anche l’insegnamento in sardo, secondo la pedagogia missionaria gesuitica che i padri ebbero modo di sperimentare anche in Sudamerica. Si intende cioè dire che, a differenza degli intellettuali sardi, l’interesse dei Gesuiti per la Sardegna, per quanto fosse in primo luogo pastorale, era più incardinato sull’urgenza di capire i processi isolani che non sulla necessità di ingentilirli o sublimarli per ottenere, attraverso questa finzione, l’integrazione non della Sardegna, ma dei suoi ceti egemoni, in un sistema più ampio.
Ciò spiega perché si debba alla penna di un ex gesuita, il bittese Giovanni Arca (1562/63 ca - 1599), il De barbaricinorum libelli, che è un vero testo di fondazione di un mito e di un'ideologia.
Arca ripropone per i Barbaricini appunto, le origini mitiche derivate da Iolao, compagno di Ercole, eponimo degli Ilienses, nome con cui venivano designate in diverse fonti antiche alcune popolazioni dell'interno dell'Isola.
Il mito della Barbagia - e con essa di ogni roccaforte montana della Sardegna - come luogo incontaminato di un'antichità leggendaria, sede di fiere popolazioni resistenti agli invasori, luogo insomma della più schietta identità isolana, nobilitata nel Cinquecento con il richiamo alle origini classiche e nell'Ottocento romantico con i toni e i colori del primitivo, del fiero e del feroce, ha avuto un pendant ideologico non irrilevante che dura fino ai nostri giorni.
La narrazione è intessuta su un fitto reticolo di fonti che l'autore non esita a piegare pur di raggiungere l’obbiettivo di creare una vera e propria epopea dei Barbaricini.
L’opera di Arca attesta che il localismo in Sardegna si radica, almeno nel suo riflesso letterario, contestualmente all’affermarsi di un’integrazione sovraregionale e pertanto è il segno di uno squilibrio interno, non di una chiusura verso l’esterno.






