Peppino Mereu (1872-1901 circa), nato e vissuto a fasi alterne a Tonara, fu un poeta che seppe unire una ricca, consapevole e aggiornata cultura letteraria (conosceva e dominava la letteratura scapigliata e crepuscolare), col forte radicamento rurale e paesano rappresentato proprio della lingua sarda. Sarebbe però un errore ritenere che egli non abbia saputo conciliare la nascita in un ambiente rurale con la formazione nel contesto culturale cagliaritano (la sua prima raccolta venne pubblicata a Cagliari nel 1899 da Valdès con la prefazione di un laureando in medicina, tal Giovanni Sulis).
Non appare legittimo leggere sul versante esclusivamente biografico i temi dell'inquietudine, della precarietà della vita (era tisico), della malinconica nostalgia dei piccoli orizzonti affettivi del paese che caratterizzano i suoi testi. Non bisogna infatti mai dimenticare la lezione di Wagner sulle "metafore rustiche" del sardo, il quale appunto ricordò che il sardo è lingua poverissima di nomi astratti e che esprime i sentimenti, la lode e lo scherno con metafore e similitudini tratte col lessico rustico.
È quindi lo spirito della lingua a contestualizzare ogni discorso in un orizzonte paesano, sempre che non si voglia stravolgere il codice linguistico, come fecero i poeti arcadici, ingolfandolo di prestiti e di calcoli. Mereu, come Calvia, riuscì a svolgere un discorso modernissimo con una lingua arcaica, ossia riuscì ad attribuire dignità letteraria ad un codice nato e cresciuto nel contesto dell'oralità tipica delle società arcaiche e rurali.ali.ali.rissima di nomi astratti e che esprime i sentimenti, la lode e lo scherno con metafore e similitudini tratte col lessico rustico.






