Francesco Carboni, ritenuto il più grande poeta della letteratura sarda, parla invece di malaria nell’opera De Sardoa intemperie.
Sacerdote gesuita, dopo la soppressione dell’ordine fu docente dell’Università di Cagliari. Seguace dell’Angioy, conobbe la lingua e la letteratura latina come pochi altri nella sua epoca, e fu notevolmente apprezzato dal mondo culturale italiano.
La sua produzione comprende, diversi scritti didascalici, tra i quali La coltivazione della rosa (1776) e il De corallis (1779).
Certo, la sua attività di poeta didascalico non è comparabile, sul piano dei contenuti, con quella di Cossu o di Purqueddu. Né egli mira a un pubblico popolare da guidare nella progettazione di un futuro di riscatto.
Carboni è un letterato nel senso pieno dell’espressione, un dotto, un latinista conosciuto e stimato che intrattiene relazione con gli ambienti più esclusivi della cultura italiana.
La sua dottrina gli propone una visione del mondo alla quale è difficile sottrarsi, la concezione dell’attività letteraria come otium lo spinge a rinunciare a incarichi importanti e gli impedisce, del pari, di esprimere nella sua opera concezioni che pure sente di condividere e per le quali, sul piano politico, è pronto a rischiare.






