Il pluralismo linguistico che caratterizza la produzione didascalica e quella drammaturgica si ritrova anche nell’attività poetica del Settecento, che si orienta prevalentemente verso la scelta dell’italiano o del sardo (anche se non mancano versi in castigliano e in latino) a seconda delle scelte culturali, degli orientamenti letterari o politici, dell’appartenenza a questo o a quell’altro ambito sociale, a un contesto urbano oppure a quello del paese, alla vicinanza rispetto alla corte e, quindi, al potere politico, delle personali visioni del mondo e delle concezioni relative alle tematiche nazionali sarde.
I processi di italianizzazione incentivati dal governo sabaudo raccolgono il consenso dei letterati gravitanti nell’ambito dell’Arcadia e, più ampiamente, di coloro che partecipavano agli avvenimenti di corte, ai compleanni regali, alle nascite e alle morti, alle monacazioni e ai matrimoni, con un commento poetico.
Nell’ambito della letteratura encomiastica sono da segnalare l’opera di Luigi Soffi, autore di orazioni sacre e di versi raccolti sotto il titolo di Poesie (1784), e quella del teologo Giovanni Maria Dettori che si dedicò alla composizione di poesie d’occasione, tradusse in italiano il poemetto Il trionfo della Sardegna di Raimondo Congiu e il salmo 79.
La figura di maggior spicco è certamente quella di Antonio Marcello (1730-1799) che rompendo la tradizione drammaturgica derivante dall’influsso ispanico, prese a modello il teatro italiano e, in particolare, il melodramma metastasiano componendo cinque drammi per musica, tre dei quali sono giunti fino a noi:
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Il Marcello (1784)
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La morte del giovane Marcello
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Olimpia ovvero l’estinzione della stirpe di Alessandro il Grande (1785)
La sua produzione testimonia un’indipendenza di spirito che si manifesta anche nella scelta di premettere ai drammi scritti in italiano alcuni versi castigliani che documentano il persistere del fascino esercitato dalla cultura spagnola.






