L’economia sarda è arretrata: permangono strutture feudali superate e un sistema di sfruttamento della terra inefficace.
Le riforme sabaude, inizialmente molto lente, sono dettate dalla volontà di riordinare il possesso e razionalizzarne lo sfruttamento.
Il processo riformistico, che coinvolgerà anche le università di Sassari e Cagliari toglierà gli intellettuali sardi dalla sfera di immobilismo culturale nella quale erano caduti.
Con il passaggio dell’Isola sotto casa Savoia (1720), dunque, il sistema sardo-ispanico progressivamente si sfalda.
Il castigliano sopravvive per altri quarant’anni come una lingua alla deriva, come una lingua ormai priva di ciò che le conferiva prestigio; l’aristocrazia sarda, dopo una fase di sbandamento, è la più interessata ad omologarsi rapidamente agli usi linguistici e culturali della nuova Casa regnante, ma deve passare attraverso un rapido apprendistato linguistico e culturale che darà i suoi frutti ovviamente solo con le nuove generazioni.
Senza voler fare delle valutazioni sull’operato dei Savoia, si può comunque sostenere che la riforma delle università e della scuola in genere (1760-65), promossa dal paternalismo illuminato del conte Bogino, ebbe come esito positivo la nascita di un autentico ceto professionale di intellettuali che si fecero interpreti in Sardegna delle idee e dei metodi dell’Illuminismo prima e del Romanticismo poi.






