A differenza del carattere elitario, ideologico e artistico, del Rinascimento, il Barocco, com’è noto, recupera molti aspetti della cultura popolare e medievale: il gusto per il macabro, per lo spettacolare, per le grandi manifestazioni collettive di dolore o di gioia e per il carpe diem carnevalesco.
In un’area di confine tra la liturgia e la devozione popolare si collocano le sacre rappresentazioni, spesso veicolo di evangelizzazione e di educazione del popolo - secondo la regola dell’insegnare dilettando - spesso, specie quando non sono opera di ecclesiastici, luoghi di un sincretismo tra cultura alta e cultura popolare, tra cultura scritta e cultura orale, che lascia trasparire realtà più complesse di quelle ricavabili dalla lettera dei testi. È il pubblico a cui questi testi erano destinati che ci consente di comprendere e ben interpretare l’uso del sardo che vi troviamo largamente attestato.
Nel Seicento dunque assume un’importanza notevole il teatro, e soprattutto la rappresentazione drammatica. L’attività teatrale, che costituisce un elemento importante dell’educazione religiosa e letteraria, impiega molteplici lingue: il catalano, che comincia ad avere una presenza meno marcata, il castigliano, che invece si espande, il sardo e, in qualche caso, il latino.
L’ispanizzazione determinava un gusto per lo spettacolo e la festa barocca che in Sardegna trovava alimento negli aspetti drammatici della situazione sociale ed economica e nella tensione religiosa. Rientrano in questo quadro il genere drammatico delle sacre rappresentazioni e quello paralitugico dei gosos.






