Durante il Seicento, tutti i testi in castigliano sono opera di esponenti del ceto feudale o della burocrazia del Regno; quelli in sardo sono opera di sacerdoti di periferia, parroci di piccoli paesi o religiosi di alcuni conventi dell’interno che praticano generi minori o si dedicano alla traduzione a fini didascalici della tradizione agiografica.
La coesistenza dei due sistemi linguistici nei testi non marca solo un confine sociale, tra istruiti e ricchi da un lato, e incolti e poveri dall’altro, ma anche geografico, tra la città e la periferia.
È emblematico in tal senso il contrasto tra il cittadino e il pastore nell’Alabanças de San George obispo Suelense Calaritano di Juan Francisco Carmona (giurato di Cagliari nel 1623), dove, oltre alla contrapposizione dei codici e degli stili (da una parte l’elaborato castigliano del cittadino, dall’altro il sardo elementare del pastore) si ha anche il topos del mondo rurale ignorante e credulone, esposto alla facile e compassionevole ironia del mondo della città e della sua cultura.
Nel Seicento la Sardegna passa dall’integrazione subita a quella voluta.






