La figura di Sigismondo Arquer (1530-1571) si presenta rispetto all’intero sistema sardo come dotata di requisiti di eccellenza e di originalità. Non tanto per la tragicità della sua esistenza, ma anche e soprattutto per l’originalità dei punti di vista e l’eleganza della lingua che caratterizzarono l’unica sua opera relativa alla Sardegna, la Sardiniae brevis historia et descriptio.
Avvocato, teologo e studioso cagliaritano, frequentò ambienti religiosi legati al luteranesimo. Nel 1563 venne accusato di eresia dall’Inquisizione, rinchiuso nel carcere di Toledo e sottoposto a giudizio. Condannato, morì sul rogo il 4 giugno 1571.
Nel 1549 collaborò a Basilea con Sebastian Münster alla stesura della Cosmographia Universalis, realizzando una monografia sulla Sardegna, Sardiniae brevis historia et descriptio, cui era allegata una carta dell'isola e una veduta di Cagliari (Tabula corographica insulae ac metropolis illustrata).
Nella sua Sardiniae brevis historia et descriptio Arquer assume la sua fede come fondamento dell’interpretazione della storia. Il suo rapporto diretto e personale con la Scrittura era animato da una notevole autonomia dottrinaria.
Anche il rapporto con i classici è caratterizzato da pari autonomia. Questi, anzi, vengono puntualmente smentiti attraverso argomentazioni fondate sull’esperienza personale. Il giudizio sulla società del suo tempo è netto: è una società malata perché priva di sani principi, non perché mal governata o ribelle.
Tuttavia questi giudizi che investono la sfera morale e dipingono l’Isola come un covo di ignoranti, si ritrovano concentrati nel capitolo intitolato De civitatibus. Il luogo dell’immoralità è la città, e specialmente l’unica vera città, cioè Cagliari, non a caso sede di quel potere locale che più di ogni altro odiò Arquer.
Egli fu l’unico intellettuale sardo a non essere ossessionato dall’ansia di integrazione e di riconoscimento da parte della cultura europea. Usava un latino di rara raffinatezza, chiaro, semplice ed elegante.
Arquer conosceva bene, oltre che il latino, il sardo, il castigliano e l’italiano, come dimostrano le sue lettere a Gaspar Centelles e le Coplas a l’imagen del Crucifixo, composte durante la prigionia a cui fu sottoposto durante il lunghissimo processo per eresia.
La qualità intrinseca dell’opera, unita al prestigio della collocazione nella quale apparve, fanno della Sardiniae brevis historia et descriptio una pietra miliare nel panorama delle lettere isolane. È l’archetipo di una serie di scritti del genere letterario storico-descrittivo, destinato ad affermarsi con i secoli nella cultura isolana.
La personalità dell’Arquer si staglia nel panorama sardo, emblematica per la grandezza, contraddittoria col quadro generale e, nel contempo, del tutto coerente con le aspirazioni e le qualità migliori che quel contesto era in grado di produrre. La sua vicenda, poi, è come un sigillo che si è impresso nella coscienza di non pochi intellettuali sardi e ha determinato un’impronta, come un mito che non ha perso vitalità nel corso del tempo. Dottrina, dirittura morale, coraggio, libertà di pensiero, spirito critico, imparzialità, amore per la propria terra: tali le caratteristiche che, anche nel Novecento, vengono attribuite all’autore cinquecentesco da un’intellettualità colta e sardista per la quale la figura dell’Arquer ha rappresentato un modello ideale.






