Elevare la Sardegna ad una dignità culturale pari a quella di altri paesi europei significava anche elevare ed integrare nel sistema europeo i sardi, e in particolare i sardi colti, che si sentivano privi di radici e di appartenenza nel sistema culturale continentale.
Anche quando scrissero in sardo (come fece l’Araolla), anziché in latino o in italiano, lo fecero sì per esigenze di comunicazione interna - forse è il caso di ricordare che non pochi di essi erano sacerdoti e dunque con una naturale inclinazione per i generi e i toni didascalico-moraleggianti - ma soprattutto per dotare la Sardegna di quella tradizione letteraria, e quindi di quel lustro e di quella nobiltà che, mancando, la rendeva negletta.
In pieno ‘700 neoclassico il gesuita Matteo Madao tentò un’analoga operazione con una maggiore disponibilità a sostituire con l’invenzione ciò che la storia non forniva.
Nell’Ottocento, il canonico Giovanni Spano trovò che anche la lingua dovesse essere nobilitata e resa più illustre con l’inserimento di tanto lessico italiano, latino e ebraico.
È, insomma, una costante di alcuni autori sardi tentare una costruzione artificiale della lingua letteraria. I processi di imitazione ingenua delle lingue letterarie affermate svelano con chiarezza la debolezza del sistema letterario interno, dovuto a carenza di lettori, di istituzioni educative e culturali, alla reale natura sovrastrutturale dell’attività letteraria nel contesto di povertà e di privilegio.






