Durante il giudicato d’Arborea, tanto sotto il giudice Ugone II (1321-1335) quanto sotto Mariano IV (1347-1376), è documentato l’impiego delle lingue che accompagnano il volgare sardo: il latino e il catalano, in primo luogo, ma anche l’italiano e il francese.
In questo contesto Mariano IV emana, dopo il 1353, un Codice rurale che successivamente diviene il Codice di leggi civili e criminali (o penali) ripreso e promulgato da Eleonora, probabilmente nel 1392, nella formulazione nota come Carta de Logu.
La Carta de logu riveste un’importanza fondamentale nella storia sociale e linguistica della Sardegna. Estesa dal 1421 all’intero territorio isolano, fuorché alle città con statuto proprio, superando secolari e non lineari vicende storiche, rimane in vigore fino al 1827, quando fu sostituita dal Codice feliciano.
La storia della Carta de logu contiene ulteriori motivi di interesse che risiedono nella lingua in cui fu scritta e nel ruolo che svolse all’interno della società sarda.
La lingua in cui è redatta la carta è definita da Antonio Sanna "una varietà arborense". È una lingua di confine che mantiene al suo interno i due tipi dialettali logudorese e campidanese.
Accanto alla sua funzione giuridica importantissima, la Carta assolse a due compiti di grande rilievo:
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ricordò in ogni momento ai sardi che, pur nella miriade di distinzioni interne e nella subalternità politica verso un dominatore esterno, appartenevano a un ethnos e che, anche sotto il profilo linguistico, potevano specchiarsi in un tratto comune, in quella "omogeneità primitiva" sulla quale si fondava la lingua della legge
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abituò i sardi a considerare come evento normale il fatto che quel supremo documento fosse scritto non in una lingua aulica e distante dall’uso ma nel "tipo dialettale di un’area di confine"






