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Alle origini
La Sardegna e i trovatori

La Sardegna del periodo giudicale presenta uno scenario politico non dissimile da quello del resto d’Italia. Le famiglie più illustri di Pisa (Donoratico, Visconti) e Genova (Doria) si erano imparentate con le famiglie regnanti sarde, le quali a loro volta, avevano attivato un’intensa politica matrimoniale con altre casate, non solo italiane, ma anche catalane. Tutto questo contribuì a trasformare il panorama geo-politico e linguistico isolano, rendendolo più articolato, non solo limitato alle corti giudicali, ma animato anche da piccole corti signorili.
I trovatori, che percorrevano la penisola italiana andando di corte in corte, registrarono la novità.

Peire de la Cavarana indirizza il sirventese D’un sirventes faire a un sardo designato con il senhal Malgrat de toz, identificabile con il giudice Barisone d’Arborea (1131-1184) che venne incoronato re di Sardegna a Pavia da Federico I Barbarossa il 10 agosto 1164 dietro compenso di quattromila marchi d’argento anticipati da Genova.

Peire Vidal dedica il sirventese Pos ubert ai mon ric tezaur a un Marques de Sardenha/ Q’ab joi viu ab sen regna (al Marchese di Sardegna/ che vive con gioia e con senno regna) che non può che essere Guglielmo I Salusio IV, giudice di Cagliari e Marchese di Massa (m.1214) del quale un altro trovatore Elias Cairel dice, con intenti tutt’altro che laudativi, que sa valors sembla febre (che il suo valore sembra febbre).

Albertet de Sisteron, verso il 1221, annovera Adelasia di Torres, figlia di Agnese di Massa, nipote del marchese Guglielmo, moglie prima di Ubaldo Visconti e poi di Enzo di Hoensthaufen, tra le donne più celebri e belle citate in En amor trob tanz de mal seignoratges.

Da notare che i trovatori non scrivevano per se stessi, ma affidavano i testi ai giullari perché li divulgassero.
Il sirventese era il genere proprio della propaganda politica, per cui vien difficile pensare che il pubblico signorile sardo non apprezzasse la tradizione trobadorica, né che il pubblico italiano non si sentisse coinvolto nelle vicende isolane.

Sotto il profilo linguistico è questo il periodo in cui l’italiano penetra in profondità in alcune zone dell’Isola. Una buona esemplificazione di quale italiano venisse parlato alla corte dei Doria ci è data da una lettera di Brancaleone Doria ai nobili siciliani in rivolta contro i catalano-aragonesi.

I trovatori ebbero dunque rapporti con le piccole corti sarde e con i loro signori, così come li ebbero con altre corti signorili d’Italia.
Di tutto questo sistema di rapporti e di relazioni non resta nulla a livello dei testi scritti della cosiddetta cultura alta.

 
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