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BIANCA PITZORNO


Milano, Mondadori, 1993
Polissena del porcello
Bianca Pitzorno
Come succede spesso a molti bambini, anche Polissena Gentileschi, nei suoi undici anni di vita, aveva fantasticato più volte sul fatto di non essere veramente figlia dei suoi genitori.
Questo accadeva per esempio quando sua madre, per punirla di qualche disubbidienza, la mandava a letto senza cena. Rigirandosi tra le coperte, tormentata più dalla stizza che dalla fame (la vecchia Agnese trovava sempre il modo di infilarle un pandolce sotto il cuscino) Polissena covava il suo risentimento rimuginando tra sé e sé: “Morirò di fame. Domattina mi troveranno stecchita tra le lenzuola. Una donna tanto crudele non può essere la mia vera madre. Mi tratta così perché in realtà io non sono sua figlia, ma una trovatella, una figlia di genitori sconosciuti allevata per carità.”
E in attesa del sonno, inventava una storia ogni volta diversa, nella quale però i suoi veri genitori erano sempre persone ricchissime e importanti che per qualche motivo l’avevano perduta e che adesso la stavano cercando per mare e per terra. E che presto sarebbero arrivati a riprenderla e a vendicarla di tutti i torti subiti da parte dei genitori adottivi.
La mattina dopo, seduta al tavolo della colazione con le due sorelle minori, neppure si ricordava di queste fantasticherie. Oppure giudicava i pensieri della notte come ridicoli e infantili.
 
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