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SALVATORE MANNUZZU


Torino, Giulio Einaudi Editore, 1998
Procedura
Salvatore Mannuzzu
I giugno 1979
Stamattina sono ripassato per viale Caprera. Credo sia stata l’ultima volta. I tigli profumavano ormai verdi e fioriti contro il cielo nuvolo; e da altoparlanti di lontane automobili arrivavano gli annunci degli ultimi comizi: finisce anche la campagna elettorale.
Come sempre il traffico era poco, e in quel silenzio il viale scendeva stretto tra ville e palazzine vecchie di almeno cinquant’anni, verso il mare distante: cambiavano l’illuminazione stradale, operai issvano lampioni al neon, il luogo degli altri che, ancora sospesi, e accesi non so per quale prova, oscillavano alle raffiche crescenti: il libeccio girava in maestro. Quel portico, col suo numero civico 12 leggibile nella mattonella sbeccata, si apriva là, dove il pendio del nastro asfaltato un po’ si ammorbidiva: sulla destra; veniva dal cortile interno il rumore della segheria (Valerio ne parlava più con ironia che con fastidio: uno dei non molti ricordi diretti che ho di lui); poi dentro, a sinistra, c’era il portoncino, basso, aperta solo un’anta, la scala che sapevo ripida e subito buia, nella tromba stretta, sino a quel terzo piano senza ascensore. M’è venuto da pensare a chi clandestinamente la saliva, lei Lauretta ma non solo, e a chi se ne era esclusa, la povera Niki, rimasta adesso (per sempre?) nella lontana cittadina traversata dal fiume quieto e verde, che non era neppure la sua: la stessa alla quale era ritornato lui, dentro la tomba di famiglia protetta, sotto il grande albero di Giuda, da superstiti sussieghi nei busti allineati e nelle arenarie muffite – una lastra nuova a contrasto, di lato, i caratteri ancora non ossidati di quel suo nome, col predicato che gli spettava. Dentro la tomba di famiglia: cui invece non sarebbe mai giunta l’altra che aveva scelto di perdersi (quanti anni prima?) in mare, Biba; sua sorella Biba.
 
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